Recensione Polisse

L'aberrante quotidianità della protezione minorile parigina

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Premio della giuria al festival di Cannes arriva nelle sale Polisse, che già nella sgrammaticatura (da Police a Polisse) del titolo nasconde il soggetto bambino e le storie d'emarginazione che sono cuore del film. La regista francese Maïween Le Besco sceglie infatti con Polisse di ritrarre l'impegno quotidiano della protezione minorile a difesa dei bambini in pericolo, quelli indifesi, vittime di abusi e violenze e condannati a una vita segnata dal trauma. Un gruppo di poliziotti sinceri, viscerali e di cuore che ogni giorno deve fare i conti con le situazioni più terribili, che spaziano dai casi di incesto a quelli di pedofilia, dalle baby-prostitute fino alle adolescenti dalla sessualità incontrollata. Lo sguardo di Maïween (doppiamente partecipe grazie al ruolo di fotografa che si ritaglia nel film) incrocia così il male silente di una grande metropoli (Parigi) alle turbolenze private di questi poliziotti ‘normali' (contaminati dal bene e dal male in egual misura), vestiti in jeans e felpa, che ridono, si innamorano, e piangono come la gente comune, ma sono gravati loro malgrado dal peso delle ingiustizie che ogni giorno sono chiamati a testimoniare. Dunque un film corale sul bene e sul male, qui non scissi nella consueta visione manichea, ma che per una volta convergono, nel ritratto di uomini un po' comuni e un po' speciali.

L'occhio di Sara

Parigi, giorni nostri. Gli agenti di polizia della Sezione Protezione Minori sono quotidianamente impegnati a difendere bambini e adolescenti dallo sfruttamento, dalle violenze e dagli abusi che spesso avvengono tra le mura di casa per mano dei loro stessi genitori o parenti stretti. A osservare e immortalare le quotidiane aberrazioni che devono affrontare i poliziotti è Melissa (Maïween Le Besco) fotografa sposata a un direttore d'orchestra ricco e assente (il nostrano Riccardo Scamarcio) e che sta facendo un reportage su quella divisione di polizia tanto importante quanto trascurata (tenuta, nonostante si occupi di salvare la psiche e a volte la vita di tantissimi bambini, in secondo piano rispetto ad esempio alla divisione narcotici). Ma accanto al lavoro di poliziotti, a mettere quotidianamente alla prova questa manciata di angeli dei bambini sono anche le loro vite private, come sempre attraversate da ogni sorta di problema (disturbi pisco-fisici, separazioni, relazioni conflittuali e dolori che fanno fatica a essere metabolizzati). Un turbinio emotivo che Melissa seguirà con la sua macchina fotografica dapprima a distanza, da dietro l'obiettivo, e poi con sempre maggiore partecipazione, fino a restare coinvolta emotivamente dalle umili origini e dalla semplicità di quelle vite, una in particolare (Fred). Instinitivamente coinvolta da una semplicità che, di fatto, appartiene anche a lei.

Uno stile asciutto per raccontare il fango

Lontana dai ritratti schematizzati di una polizia violenta, corrotta o indubitabilmente virtuosa Maïween Le Besco pone la lente d'ingrandimento su un malessere sociale che si estrinseca nelle storie disperate di una gioventù bruciata dalla perversione e dalla violenza cittadina, costretta a fare e a subire un sesso ‘malato' che ammalerà, irrimediabilmente, anche le loro menti. Un inferno umano che scuote i bambini e annichilisce gli adulti, quelli ancora capaci di vedere il male, come, appunto, i poliziotti della protezione minori. Scarna, minimalista e quasi televisiva, con una linea portante e molte ramificazioni, la regia di Maïween punta a seguire il filo di umana frustrazione che lega insieme il coro di protagonisti, impegnati ogni giorno a salvare i bambini e sé stessi dal tracollo. E come in ogni contesto che si rispetti, la varietà umana è declinata attraverso le (re)azioni che ognuno mette in campo in base al proprio istinto, al proprio carattere. E così, infine, c'è chi esterna quel dolore ingombrante che, volente o nolente, lo bracca giorno dopo giorno e chi invece, più fragile, ne viene (prima o dopo) sopraffatto.

Polisse L’attrice e regista Maïween Le Besco firma una storia cruda e delicata sul lavoro di una Polisse (Police) inconsueta, fatta di persone comuni che si spendono per salvare l’innocenza bambina da storie di abusi e violenze. In un mondo infernale di padri-orchi e madri-complici e/o succubi, lo stile sobrio di Polisse marca ancor più a fondo il dramma di una società-giungla in cui soldi e potere riscattano (anche) dalle azioni - più - aberranti commesse. Ancora un’opera che conferma la capacità del cinema francese di guardare ai propri mostri dall’interno, senza caricature, estremismi o facili schematizzazioni che ne smorzino la pericolosità. Un atto di coraggio e maturità intellettiva che anche noi - sinceramente - vorremmo vedere nel nostro cinema.

7.5

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