Recensione Pink Subaru

All'inseguimento della Subaru Rosa

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A volte, piccoli progetti indipendenti si spingono al di là delle convenzioni, dell'usuale, del commerciale. Oltre che, come in questo caso, al di là delle bandiere.
Pink Subaru è, difatti, una co-produzione italo-giapponese, girata in Palestina in una moltitudine di lingue. Il soggetto, scritto a quattro mani dall'artista palestinese Akram Telawe e dall'italiana Giuliana Mettini, e ampliato dal giovane regista Kazuya Ogawa dopo la sua esperienza personale in Palestina in fase di sopralluogo, parte da presupposti inusuali per raccontare una storia diversa da quelle solitamente ambientate in Terra Santa.
Elzober (Akram Telawe) è un uomo semplice e bonario, insicuro e traumatizzato da una vita che già gli ha tolto l'appoggio della moglie, morta anni prima. Dopo vent'anni di risparmi, finalmente riesce a realizzare il suo sogno, acquistando il simbolo del benessere per eccellenza dalle sue parti, in provincia di Tel Aviv: un'auto sportiva, per la precisione una Subaru, marca che va per la maggiore fin dagli anni '70. Neanche il tempo di assicurarla, però, che il pover'uomo si ritroverà derubato dell'amata macchina, sulla quale aveva riversato ogni aspettativa di riscatto da una vita non certo entusiasmante di aiuto cuoco in un piccolo ristorante.
La notizia del furto fa in breve il giro del quartiere e arriva fino a Tel Aviv: amici, parenti e conoscenti si ingegneranno, ognuno a modo proprio, nella ricerca del maltolto. Solo per scoprire che...

Inseguendo una Subaru rosa

Un'opera prima (dopo una lunga esperienza di corti e documentari) che si fonda sulla commedia, ispirandosi al teatro e con uno sguardo sul mondo e sulle cose assolutamente cosmopolita.
Ogawa racconta una storia originale, piena di situazioni esilaranti eppure basate sulla micro-realtà della provincia di Tel Aviv, lontana (ma non distante) dalle solite tematiche sulla guerra e la difficoltà di coesistenza. Problematiche presenti, che però restano in un substrato che fa' da humus culturale, ma non da cardine, ad una storia che ha nella quotidianità e nell'astrattismo la sua carta vincente. Nel film di Ogawa convivono israeliani e palestinesi, dialetto e lingua ufficiale, cultura dell'est e dell'ovest. Un melting pot, mediato dalla visione di tre culture diverse (italiana, giapponese e palestinese) che con arguzia riesce a sfruttare l'utilizzo di diverse lingue in contemporanea, al servizio di una storia divertente ma che invita a riflettere, tra una situazione surreale e l'altra, su quello che davvero è più o meno importante nella vita di ognuno. Il tutto legato dal colore rosa, che può assumere diversi significati a seconda di come lo si interpreta...

Pink Subaru Pink Subaru è un esperimento interessante e coraggioso, frutto di menti aperte e desiderose di raccontare qualcosa di nuovo rispetto al solito. Il linguaggio è spesso metaforico e le situazioni surreali, anche se il tutto è basato sulla vita quotidiana, e sull'approccio alla vita, della provincia palestinese, sotto aspetti che vanno al di la' dello stereotipo. Divertente ma anche profondo in molte delle sue scene, il film si pregia di una buona regia generale e di ottime interpretazioni, supportando un progetto che merita una visione approfondita, sperando che il pubblico italiano superi la retrograda ostilità che di solito riserva ai sottotitoli. Noi appoggiamo in pieno l'idea di non doppiare il titolo, lasciando che a parlare siano anche le differenze fra i vari idiomi, fautori spesso di importanti sfumature di significato.

7

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