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Pieces of a Woman, la recensione del film Netflix con Vanessa Kirby

L'ottimo Kornel Mundruczo torna alla regia di un dramma stratificato, umano e straziante con una Kirby da Premio Oscar.

recensione Pieces of a Woman, la recensione del film Netflix con Vanessa Kirby
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Presentato al Festival di Venezia 2020 tra il plauso generale di pubblico e critica, Pieces of a Woman di Kornel Mundruczo arriva su Netflix per inaugurare la nuova annata cinematografica d'autore, anche se via streaming. Volenti o nolenti, la strada delle piattaforme in abbonamento è stata una scelta obbligata, ma comunque il colosso di Reed Hastings se ne è accaparrato i diritti in tempi record, già il 12 settembre scorso, mentre l'opera passava tra le sale del Lido e di Toronto, sorprendendo un po' tutti.
Il nuovo film del regista di Una Luna chiamata Europa è infatti un dramma umano, complesso e stratificato che racconta la storia di Martha Weiss (Vanessa Kirby) e Sean Carson (Shia LaBeouf), giovane coppia di New York che sta per avere una bambina, pronta a riorganizzare la propria vita come una famiglia, a diventare genitori.

Le acque di Martha si rompono però improvvisamente in casa e il travaglio avviene tra le mura domestiche, tanto che la donna decide di chiamare un'ostetrica per assisterla durante il parto.
Qualcosa non va per il verso giusto e tutto precipita velocemente, portando a un evento imprevisto e aprendo la strada alle conseguenze drammatiche che Martha e Sean dovranno affrontare come singoli e come coppia.
Ma è soprattutto sul focus delle emozioni di madre promesse, trattenute e infine negate alla donna che ruota l'introspezione narrativa pensata da Mundruczo.

Ricostruirsi

La nuova e straordinaria tragedia umana dell'autore di White God si prende cinque minuti iniziali di fiato, di presentazione, prima di entrare in profondità in una delle scene in pianosequenza più emotive e strazianti degli ultimi anni. Nella riflessione introspettiva di Mundruczo, questa scena è appena il prologo del dramma, la causa lacerante di conseguenze psicologiche personali e sentimentali disattese dai protagonisti. Non è un caso che il titolo del film arrivi così in ritardo rispetto all'opening scene, dopo un'intera mezz'ora, quando l'autore è certo di aver chiarito ed esplicitato al meglio della sua arte, con una raffinatezza stilistica impeccabile, la disgrazia proscenica che anticipa e segna gli effetti di ogni evento successivo.
Si sposta dai volti ai corpi, dagli spazi ai vuoti, dalle parole alla musica, Mundruczo, confezionando un racconto al contempo poetico, vero e viscerale del momento d'unione e dolore del parto, tra gioia, paura, sorpresa, sofferenza. Quando arriva poi il momento di andare oltre e più in profondità, scavalcando quello che sarebbe dovuto essere per addentrarsi nella triste e grigia realtà dei fatti, il regista non smette per un secondo di sorprendere.
Lo fa mettendo insieme i pezzi di questi personaggi distrutti ma che tentano di tenersi in piedi come possono, dissolvendosi giorno dopo giorno nella propria sofferenza, in un'inadeguatezza alla situazione che non ritenevano nemmeno possibile.

Mundruczo eleva al massimo della sua bravura una splendida e intensa Vanessa Kirby, che riesce a tratteggiare magnificamente la lotta per la sopravvivenza mentale e fisica di una donna che doveva e voleva essere madre e che invece di montare culle, dipingere stanze, pensare al futuro della propria bambina, si trova costretta a scegliere se seppellirla o donare il corpo alla scienza, a distruggere le sue aspettative e i suoi sogni, ad alienarsi da sé stessa per non pensare ai rottami della sua anima.

L'intesa cinematografica della Kirby con LaBeouf è sensazionale, poi quando il ritmo del film diviene più compassato c'è questa spinta diegetica a un lento disgregarsi di un nucleo familiare che in realtà non è mai nemmeno esistito. Scopre ferite mai cicatrizzate e mette in luce contrasti a lungo tenuti all'ombra.
Al cuore del film c'è un'esplosione di Martha a cui l'autore e la sceneggiatura di Keta Weber arrivano delicatamente, partendo da convenevoli e girando letteralmente attorno al problema (anche qui, in piano-sequenza), seguendo distrattamente le conversazioni della famiglia di Martha ma mettendo sempre al centro - anche quando distante - il suo dolore, la sua presenza-assenza.

Ed è proprio in questa scena che c'è anche l'apice della magnifica interpretazione di Ellen Burstyn nel ruolo della madre di Martha, donna forte e tutta d'un pezzo molto diversa dalla figlia, che tenta di spronare come può, anche sbagliando, forse mettendo troppo di se stessa nei suoi consigli.

Pieces of a Woman è un titolo straordinariamente strutturato sul dolore della perdita e la perdita di sè stessi nel dolore, che però riesce anche a regalare momenti di umanissima epifania con una grazia d'intenti invidiabile, persino preziosa per chi, guardando il film, sente di riconoscersi nei personaggi o nella stessa tragedia.
Anche il tratto legale che accompagna il titolo è in realtà un'ottima scusa d'introspezione, perché insegna senza presunzione che la vita va ben al di là del programmato, che non c'è colpa da additare a nessuno e che rimettere insieme i pezzi della propria anima, di una psiche fragile, è prima di tutto compito personale.

In questo senso, Pieces of a Woman è un film sull'accettazione: un'opera di stratificata bellezza che comincia con un parto, attraversa la desolazione dell'Io e si conclude nella consapevolezza di sé, della complessità dell'esistenza, nei sogni e nella speranza di un domani migliore che non rinneghi il presente, traendone invece forza, oltre ogni forma di disperazione.

Pieces of a Woman Pieces of a Woman di Kornel Mundruczo è un film di stratificata bellezza introspettiva e cinematografica. Parte da un momento di gioia per scalfire l'anima dei suoi protagonisti e addentrarsi nel dolore della perdita, nella disperazione. L'unione diventa distacco, la famiglia stringente, l'Io di una straordinaria Vanessa Kirby prende il sopravvento, si aliena in sé stesso, va oltre ciò che sarebbe dovuto essere e tenta di rimettere insieme i pezzi della sua coscienza distrutta dalla tragedia. È un'opera magnificamente costruita attorno a un senso diegetico del movimento che dal sensazionale piano-sequenza proscenico arriva a sviscerare ogni sentimento della protagonista, che anche nella sua presenza-assenza, spesso così distante da noi ma vicina a sé stessa, dentro e oltre, regala un'interpretazione da Oscar. E il film non è da meno.

8

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