Piccole donne, la versione anni '40 del classico di Louisa May Alcott

Nel 1949 Mervyn LeRoy firma un fedele adattamento dell'omonimo romanzo, sfruttando le meraviglie del Technicolor e un cast in stato di grazia.

recensione Piccole donne, la versione anni '40 del classico di Louisa May Alcott
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Da pochi giorni è arrivato nelle sale italiane il nuovo, attesissimo adattamento di Piccole donne firmato da Greta Gerwig: un film già osannato dalla critica, nostre firme incluse come potete leggere nella relativa recensione, che pur al netto di qualche polemica sta caratterizzando la stagione dei premi. Ma questa è solo l'ultima versione dell'omonimo romanzo di Louisa May Alcott, che fin dagli albori del cinema ha catalizzato l'attenzione sia del piccolo che del grande schermo con decine di trasposizioni, alcune molto fedeli all'opera originaria e altre più libere e anticonformiste (ne è stata realizzata anche una bizzarra versione al maschile, sul finire degli anni '90, dal titolo Little Men). Per l'occasione abbiamo scelto di fare un viaggio nel passato e consigliarvi la variante del 1949, forse meno idolatrata dai decani del settore rispetto a quella del '33 diretta da George Cukor ma parzialmente più "moderna" e assimilabile dal pubblico contemporaneo, anche per via dello splendido Technicolor che ha donato notevoli sfumature cromatiche alla forza emotiva del racconto.

Piccole donne tutte per una, una per tutte

La storia è ambientata nella cittadina di Concord, nel Massachusetts, durante il periodo della guerra civile americana. Le sorelle March - Meg, Jo, Amy e Beth - vivono con la madre in una condizione di media povertà dopo che il padre, ora impegnato nel conflitto, è stato ingannato e ha perso buona parte dell'eredità di famiglia. Le ragazze hanno diversi sogni e aspettative, come Jo che ha ambizioni da scrittrice e intrattiene tutti con le sue mirabolanti storie avventurose, o Beth, la più piccola, che ha una grande passione e talento per il pianoforte. Proprio l'intraprendente Jo, la primogenita, stringe amicizia con un giovanotto appena arrivato dalla città, Laurie, nipote del loro anziano vicino di casa, Mr. Lawrence, con lei e le consanguinee che diventano una presenza fissa nella lussuosa casa del dirimpettaio. Laurie intanto è sempre più attratto dal carattere ribelle di Jo, la quale però ha paura di impegnarsi in una relazione e si convince di voler restare sempre vicina alle amate sorelle, le quali nel frattempo prenderanno tutte la propria strada in maniera più o meno traumatica.

La vita è meravigliosa

La narrazione ricalca l'operazione di sedici anni prima, tanto che la sceneggiatura del precedente (premiata con l'Oscar) è stata riutilizzata e rimaneggiata solo in minima parte, con le medesime canzoni a essere intonate dalle protagoniste (queste interpretate, come d'obbligo per motivi d'età, da un cast tutto nuovo). A rimanere è anche quel senso di avvolgente familiarità che caratterizza le due ore di visione, nelle quali ci si trova a emozionarsi, soffrire e sperare insieme alle quattro sorelle March e al nucleo centrale di comprimari che ruotano loro attorno, con una varietà di atmosfere e situazioni in cui dramma e commedia, romantica e non, convivono egregiamente, rispettando in pieno le pagine del romanzo.

Il regista Mervyn LeRoy, che solo due anni più tardi avrebbe firmato un grande classico del cinema storico come Quo Vadis (1951), fa tesoro dell'esperienza appresa sul set de Il mago di Oz (1939), nel quale venne poi sostituito dal collega Victor Fleming, e riesce a infondere una contagiosa umanità alle sue magnifiche protagoniste, concentrandosi maggiormente sulla figura cardine di Jo. La primogenita, cocciuta e fragile al contempo, trova l'ideale interprete in una magnifica June Allyson, punta di diamante di un cast delle grandi occasioni che vanta nei panni delle altre Piccole donne attrici del calibro di Janet Leigh (l'indimenticabile Marion Crane di Psyco), Elizabeth Taylor e Margaret O'Brien, ognuna calzante a pennello per il rispettivo ruolo.

Con un buon equilibrio tra scene in interni e in esterni (splendida la corsa/fuga tra Jo e Laurie), un interessante sfoggio delle tonalità cromatiche e delle relative ambientazioni (il film vinse la statuetta per la miglior scenografia), serrati scambi di battute e un'ironia di fondo a bilanciare i momenti più tragici e sofferti, l'insieme rapisce e conquista con semplicità e il fotogramma conclusivo, con un arcobaleno che svetta sulle nubi, racchiude tutte le sfumature dolci-amare di una storia destinata a reincarnarsi ciclicamente per via della sua sempre attuale universalità.

Piccole donne Spesso meno considerata rispetto all'eccelsa versione firmata il decennio precedente da George Cukor, il Piccole donne del 1949 è in realtà un'opera altrettanto ricca e consapevole, ideale adattamento del romanzo classico di Louisa May Alcott. La magnifica resa visiva, filtrata attraverso gli accesi cromatismi del Technicolor, e la sensibilità nel tratteggio umano del rapporto tra la quattro sorelle March e i personaggi che orbitano loro attorno, rendono la versione diretta da Mervyn LeRoy emozionante e coinvolgente, un film che beneficia delle magnifiche scelte di casting tra cui spicca un'impeccabile June Allyson (capace di non far rimpiangere, e non era certo impresa da poco, la più famosa collega Katharine Hepburn). Tra amori e tragedie, le due ore di visione offrono un intrattenimento genuino e disincantato, dolce e amaro in egual misura, che avvolge e conquista oggi come allora.

7.5

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