Recensione Piazza Giochi

Tra feste, droga e sesso, uno squarcio della Roma bene.

recensione Piazza Giochi
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C'è davvero bisogno di parlare ancora d'amore? Il sentimento più analizzato nella storia della comunicazione umana, ha ancora qualcosa da raccontare? È possibile aggiungere qualcosa di nuovo, intraprendere vie inesplorate, raccontare qualcosa che non sia stato già detto? Commercializzato, reso prima puro ed irraggiungibile e poi un mero strumento economico, l'amore è stato banalizzato, distrutto e costruito così tante volte, ed in così tanti modi diversi, che non si sa più da che angolazione doverlo osservare per trovare l'incipit giusto per una nuova affascinante storia. Il giovane Marco Costa, al suo secondo lungometraggio, ha cercato di percorrere la via dei sedici anni con disincantato cinismo, e di trasformare il tutto in Piazza Giochi.

Avere 16 anni

A causa di un incidente, che costringe sua madre in un letto di ospedale in coma, Cassandra (Cecilia Albertini) si trasferisce a casa del padre Luciano (Luca Ward), palazzinaro romano che non ha mai fatto parte della sua vita e che, sposatosi con una ricca figlia di imprenditori, vive in uno dei quartieri alti della capitale. Qui sarà inserita, dalla sua nuova sorellastra Aurora (Laura Adriani), nel gruppo dei ragazzi che frequentano Piazza Giochi Delfici, un insieme di elitari figli di buona famiglia sempre pronti a divertirsi: Nico (Andrea Montovoli), cugino di primo grado ed amante di Aurora, Romano (Lorenzo De Angelis), Joyce (Laura Glavan), la lolita alternativa giudicata strana da tutti e Leopoldina (Nausicaa Benedettini), figlia di un famoso produttore televisivo, snob e saccente. Ma Cassandra, contrariamente a quanto tutti credono, non è la ragazzotta di provincia su cui sarà facile predominare.

Un deludente cinismo

Inizialmente la pellicola doveva chiamarsi Avere 16 anni, proprio perché incentrata sulle problematiche ed i modi di vivere dei ragazzi di quella età, protagonisti di una delle fasi dell'adolescenza sulla quale più sono puntati i riflettori della modernità. Avere sedici anni oggi, nell'era dei social network e della comunicazione di massa, è complesso e tormentato, pericoloso ed accattivante, distruttivo ed appagante. Sono proprio i vari aspetti, le molteplici sfaccettature di questa età ad attirare il giovane regista Marco Costa e a spingerlo a raccontare le vicende di Cassandra senza nascondersi dietro facili moralismi e perbenismi. La storia di Piazza Giochi è raccontata in maniera vivida e cinica, senza ammorbidire gli angoli di vicende a tratti esagerate e stereotipate. Ci sono tutti gli eccessi dell'alta società: la cattiveria intrinseca di chi si crede superiore, le feste a base di alcool e droghe, i primi veri problemi sessuali, lo scontro generazionale con dei genitori disillusi dalle rivoluzioni degli anni settanta. Cassandra è una moderna Cenerentola che fin dall'inizio sfata il suo stesso mito, dimostrando di avere, pur essendo cresciuta in provincia con una madre hippie, tutta la forza di carattere e la stessa sfrontatezza che caratterizza le sue nuove amiche privilegiate. Che si sia nati o meno con il denaro, a Piazza Giochi, non fa molta differenza. La morale sembra la stessa per tutti. I buoni ed i cattivi non esistono, risucchiati da quella indispensabile scatola nera chiamata televisione, che li ha uniformati ed uniti. Ma se l'intento di raccontare una generazione in modo insolente e senza giudicarla è affascinante e socialmente interessante, il modo in cui tutto ciò viene trasformato in pellicola è assolutamente deludente. Rimarcando il genere del serial tv californiano, tutto lusso e patinature, la regia si muove a ritmo di musica tecno, tra sprazzi di luce, montaggi da videoclip e fermi immagine da cartolina. Una ricerca della modernità a tutti i costi che distrae, abbaglia ed infastidisce. Una perdita di attenzione che se non altro è utile a sviare la mente, altrimenti inorridita dalla recitazione di un cast impostato e fittizio, forse vittima della sua poca esperienza. Le discrepanze tra interprete e personaggio sono visibili soprattutto nelle due attrici protagoniste che, costrette nei panni di patinate mean girls dai sentimenti facili, risultano poco credibili e con una espressività per nulla tempestiva. Nonostante spesso si dica di voler sdoganare il cinema italiano rendendolo il più internazionale possibile, forse la soluzione non risiede nel cercare a tutti i costi di imitare un prodotto che già in patria è considerato di genere, e di ricercare tecniche narrative più consone a quello che è il modo di raccontare storie del nostro paese.

Piazza Giochi C'è davvero bisogno di raccontare ancora l'amore? Normalmente la risposta sarebbe si. Anche il sentimento più inflazionato della storia dell'uomo può risutare piacevole e nuovo, se si sperimentano modi alternativi di raccontarlo o ci si affida ad una bella storia. Ma in questo caso, nonostante i buoni propositi del voler osservare il tutto con gli occhi cinici e disillusi dell'uomo moderno, la risposta è inevitabilmente negativa. Piazza Giochi è un prodotto che, con il suo continuo strizzare l'occhio al patinato modo di raccontare la gioventù dell' Upper East e West Side made in USA (un po' alla The O.C., Gossip Girl e 90210 per intenderci), risulta inevitabilmente mediocre sotto tutti i suoi aspetti, da quelli registici a quelli interpetativi.

3

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