Peterloo, la recensione del dramma storico di Mike Leigh

Dopo il passaggio allo scorso Festival di Venezia, arriva in Italia Peterloo, nuovo film scritto e diretto dall'acclamato regista britannico Mike Leigh.

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Il regista inglese Mike Leigh, grazie allo sforzo produttivo di Amazon Studios (che ha addirittura portato l'opera al Festival del Cinema di Venezia 2018), torna all'Inghilterra del XIX secolo per un'altra epopea storica, Peterloo, che ribalta il contesto sociale e politico del suo precedente lavoro, il candidato all'Oscar Mr. Turner.
Drammatizzando a scopo narrativo il famigerato e infame massacro che ebbe luogo nella sua città natale, Manchester, nel 1819, durante il quale un gruppo di manifestanti in favore della democrazia finì sotto le spade e gli zoccoli dei cavalli dell'esercito britannico, Leigh a 75 anni si "diverte" a ricostruire quegli eventi grazie al budget più ampio sperimentato nel corso della sua longeva carriera.
L'ambizione è grandissima, fin dai primi minuti, e - anche se l'esecuzione non riesce sempre ad eguagliarla - Peterloo si impone ugualmente alla stregua di un film d'autore, artisticamente focalizzato e politicamente risonante.


La Waterloo di Manchester

Coniando il proprio nome per evocare una diretta relazione con la battaglia di Waterloo, avvenuta quattro anni prima (e che il film ci mostra di sfuggita nella sequenza d'apertura, creando un sottile fil rouge che fungerà da collegamento all'atto finale), Peterloo arriva appena in tempo per commemorare il 200esimo anniversario dell'infausto avvenimento, che ebbe luogo il 16 agosto 1819.
Sorprendentemente, nei cento e più anni di storia del Cinema, quello di Leigh è il primo adattamento realizzato per il grande schermo: un dettaglio non da poco che la dice lunga sulla difficoltà del trasporre una simile vicenda, piuttosto tentacolare nei dietro le quinte, piena di manovre politiche, ideologie a confronto, voci autonome e cortei inneggianti.
Stranamente, per quanto è evidente come il progetto non sia il tipico film su commissione (leggi: 1492 - La Conquista del Paradiso di Ridley Scott), è proprio il vigore di una vena passionale calda e coinvolgente a mancare, carenza che finisce col rendere l'opera non più di un mix fra una ricostruzione storica e un melodramma teatrale saldamente schierato a livello politico.

L'intento è nobile e l'attenzione al dettaglio lo è ancor di più, ma l'effetto complessivo è quasi deludente: l'opera non riesce quasi mai - e a dire il vero ci prova ancor meno - a creare un collegamento fra personaggi e spettatori, che in questo modo si ritrovano davanti a una lezione di storia particolarmente realistica, coinvolgente nelle sue parti migliori ma anche pedante di tanto in tanto.
Quasi quasi il film ti prende in contropiede, nella sequenza iniziale, in cui Leigh sembra voler ammantare la sua opera con quel senso di epica che permeava Salvate il Soldato Ryan, con la camera che apre in dissolvenza sulla carneficina fumosa di Waterloo, nel 1815. Qui facciamo la conoscenza del giovane soldato dell'esercito britannico Joseph (David Moorst), che sopravvissuto alla furiosa battaglia inizia il suo viaggio di ritorno verso la natia Manchester.

Quando il film inizia davvero, siamo messi di fronte alle indigenze della classe operaia, che sta lottando da anni per un aumento dei salari e ora pretende una maggiore rappresentazione al governo: la nazione è stata trasformata dalla rivoluzione industriale, i ricchi signori del cotone dominano le masse di lavoratori, favoriti da tasse sul grano ingiuste che non fanno che aumentare la differenza di classe. La gente muore di fame e di freddo, ma le pene per il furto del pane o di indumenti più caldi possono variare tra la prigione e la deportazione in Australia, arrivando addirittura fino all'impiccagione.
Il movimento di riforma di Manchester inizia a prendere vita, e dalla loro torre d'avorio di Westminster i leader politici iniziano a sentire puzza di rivoluzione, che solo qualche anno prima aveva sconquassato la stabilità della vicina Francia.
Il primo ministro Lord Liverpool (Robert Wilfort), il ministro degli interni Lord Sidmouth (Karl Johnson) e il comandante militare generale Sir John Byng (Alastair Mackenzie) decidono di fare qualcosa al riguardo: cogliendo al volo l'occasione rappresentata dal banale - e quasi comico - attentato al principe reggente (Tim MacInnerny), durante il quale il sovrano viene colpito da una patata, la squadra politica del governo inizia a ridurre le libertà civili del popolo. Tutto porterà al Saint's Peter Field di Manchester, dove convergeranno tutti i personaggi del vastissimo cast e avrà luogo la mattanza.

Governi cattivissimi

Nonostante non si possa definire propriamente un regista d'azione, Mike Leigh realizza la fase culminante di Peterloo con un'energia cinetica e visiva impressionante, con alcune trovate che tolgono il fiato. È semmai il preambolo che porta a quel massacro, rappresentato dalle due ore e dieci precedenti, a indebolire l'afflato di un'opera che non riesce mai ad essere davvero epica come evidentemente vorrebbe.
È uno stallo davvero interminabile quello che ci ritroviamo a osservare, fatto di lunghi passaggi dialogati, spesso esposti attraverso dei comizi politici, attraverso i quali la sceneggiatura prova a intessere le proprie meccaniche narrative e il proprio roster di personaggi. L'impegno di Leigh per la rigorosa estetica socio-realista è sempre stato un punto di forza nelle sue tragicommedie contemporanee, ma qui sembra venire schiacciato dall'enormità delle sotto-trame con cui prova a infarcire la sua nuova fatica, che a lungo andare (e due ore e quaranta possono essere molto lunghe) finisce con lo svilire.
Neanche la caratterizzazione dei personaggi aiuta in questo senso, anzi cozza sonoramente con il realismo della messa in scena: ogni membro della classe lavoratrice è rappresentato da una persona semplice dal cuore d'oro, al contrario delle cariche al potere, tutti ghigni beffardi e battute da villain. La messa in scena resta comunque molto valida e il messaggio sociopolitico chiaro, immediato e focoso. Era presumibilmente lecito aspettarsi di più, ma il pericolo di fare peggio era altrettanto elevato

Peterloo Mike Leigh allestisce un'opera dal respiro ampio, che vuole raccontare tante storie contemporaneamente ma che non sempre appare focalizzata: l'accuratezza dei dettagli nella rappresentazione storica, l'impianto visivo meticoloso e una regia di inedito vigore per la sua filmografia, soprattutto nel mirabolante e spietato climax, elevano una sceneggiatura poco invitante e forse fin troppo annacquata.

6.5

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