Peter Rabbit 2, la recensione di Un birbante in fuga

Arriva al cinema dopo un intero anno di posticipi il sequel del film diretto da Will Gluck, sempre divertente e dal grande spirito british.

Peter Rabbit 2, la recensione di Un birbante in fuga
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Il finale del primo Peter Rabbit del 2018 era tutto rosa e fiori. Il coniglio protagonista riusciva infatti a divenire finalmente amico con Thomas (Domhnall Gleeson) e sistemare la relazione dell'umano con la dolce padrona Bea (Rose Byrne), trovando nei due insieme alle tre sorelle Flopsy, Mopsy e Coda-Tonda una famiglia con cui vivere felice nella soleggiata campagna inglese, a Romwille. Questo nonostante i suoi incredibili sforzi per lottare contro la sua natura spericolata e dispettosa, tant'è che Bea lo ritrae nei suoi libri per bambini come "il birbante" delle sue storie. Quando il coniglio lo viene a sapere resta un po' costernato, mentre la situazione comincia a degenerare quando un famoso editore londinese chiede a Bea di pubblicare i suoi racconti, presentando però un piano di marketing e comunicazione dove Peter è dipinto pubblicamente il cattivo seme dei conigli protagonisti dei libri.

Sconvolto dalla notizia, Peter fugge per la città e incontra il coniglio Barnabas, vecchio amico del padre con cui instaura un rapporto di amicizia e fiducia. Ma Peter è veramente il birbante di cui tutti parlano? Bea e Thomas sono davvero convinti che pubblicare i romanzi su scala nazionale sia una buona idea? Chi è Barnabas in verità? Tutte domande che riceveranno una risposta entro la fine del delizioso e centrato Peter Rabbit 2 diretto da Will Gluck, già uscito nel cinema italiani.

Siamo come ci dipingono?

Una delle frasi storiche legate al concetto d'apparenza è sicuramente quella di Jessica Rabbit (conigli anche qui!) nel mitico Chi ha incastrato Roger Rabbit? di Robert Zemeckis: "Mi disegnano così". Dentro questa leggendaria esclamazione dal sapore pirandelliano era rinchiusa una verità semplice eppure importante: che tutti noi siamo diamanti dalle molte facce e che ognuna di queste riflette qualcosa di diverso. Addentrandoci nel grazioso e riuscito sequel del franchise di Peter Rabbit, il protagonista è "disegnato" come canaglia pelosa e dunque visto così da tutti, ma la sua coscienza è in piena attività critica e si domanda perché lo vedano tutti così, se la sua esistenza sia davvero un susseguirsi di guai e disastri e se esista un modo di dimostrare il contrario.
Il discorso d'appartenenza esplorato nel primo film lascia dunque spazio alla tematica dell'immagine umana, al modo in cui ci vedono gli altri e a come questo possa effettivamente condizionarci in modo negativo o positivo, a seconda di come poi effettivamente si è. Un lavoro di scrittura che rende il franchise di Peter Rabbit ancora una volta intelligente e sagace, soprattutto perché in grado di affrontare con leggerezza, tatto e spensieratezza un argomento tanto delicato e complesso vendendolo in maniera splendida al suo pubblico di riferimento, che è tendenzialmente bambinesco.

Il messaggio diventa ficcante e trasparente grazie a un meccanismo narrativo che crea diversi strati sovrapposti uno sull'altro, come fossero una matrioska cinematografica e quindi tutti parte dello stesso corpo filmico.

Dal libro alla realtà, dalla realtà alla finzione cinematografica, dalla finzione alla morale, dalla morale alla comprensione: è un percorso cristallino che funziona e appaga senza particolari virtuosismi stilistici, restando ancorato alla volontà di raccontare una storia solida e divertente, ricca di british humor e consapevole dalla sua profondità e portata.

Will Gluck dirige con estrema pacatezza questo sequel, a cui manca comunque un certo grado di personalità formale, avendo una metrica stilistica dal fascino infantile e a lungo andare piatta. Il motivo è certamente correlato al target principale del prodotto, ma questo non toglie la possibilità di creare sequenze più appassionanti che possano coinvolgere maggiormente lo spettatore adulto.

Di scene interessanti ce ne sono poche, dunque, ma al contrario a funzionare molto bene è il personaggio di Barnabas, anche lui legato al concetto d'apparenza è fonte di momenti e dialoghi tra i migliori di questo secondo capitolo. Peter Rabbit resta comunque una fiaba per bambini tradotta dalla carta al grande schermo, e al suo secondo lungometraggio bisogna ammettere che riesce ancora a funzionare. Certo siamo distanti dai virtuosismi e dall'incanto di Paddington, ma in fondo orsi e conigli non appartengono nemmeno alla stessa razza.

Peter Rabbit 2: Un Birbante In Fuga Peter Rabbit 2 di Will Gluck si dimostra un sequel intelligente e sagace, nuovamente ricco di british humor e divertimento, con una tematica al suo interno forte e complessa come quella dell'apparenza, affrontata in narrazione con grande capacità espositiva cinematografica, in grado di arrivare al target di riferimento più infantile. Ci fosse stata più cura dell'aspetto formale del film, a quest'ora staremmo persino parlando di un degno rivale di Paddington, ma Peter si accontenta della sua portata e dimensione e raggiunge il risultato sperato, accontentando tutti senza sorprendere più del dovuto. Un film piacevole e dedicato a tutta la famiglia, perfetto per un passatempo estivo al buio di una sala.

6.5

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