Pet Sematary, la recensione: a volte ritornano (al cinema)

Il controverso, celeberrimo romanzo di Stephen King torna sugli schermi con un nuovo adattamento che farà discutere.

recensione Pet Sematary, la recensione: a volte ritornano (al cinema)
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Il medico Louis Creed (Jason Clarke) lascia Boston e si trasferisce nella cittadina di Ludlow, nel Maine, insieme alla moglie Rachel (Amy Seimetz) e ai figli Ellie e Gage. La loro casa è adiacente a un bosco piuttosto inquietante, dove alcuni bambini si recano con maschere e fare ritualistico.
Tra gli alberi c'è infatti il "cimmitero deli animali" (scritto appositamente male), luogo di riposo per gli amici a quattro zampe che, il più delle volte, rimangono vittime degli automobilisti a causa della prossimità della strada principale.
Ma c'è anche qualcosa di più cupo e terrificante nel cuore della foresta, come Louis scoprirà insieme al vicino Jud Crandall (John Lithgow), ignorando diversi avvertimenti, anche dall'oltretomba...

"Dead is better"

Pet Sematary occupa un posto molto particolare nella carriera di Stephen King: liberamente ispirato da eventi reali (lo stesso autore si trasferì temporaneamente in una località simile a Ludlow per insegnare, e due degli eventi più tragici del libro sono rispettivamente la riproduzione e la versione alternativa di quanto accadde in quel contesto), è una riflessione sulla morte che procede, senza sconti, verso una conclusione talmente brutale e per certi versi nichilista che il romanziere, nonostante i pareri avversi della moglie Tabitha e del collega e amico Peter Straub, decise di farlo pubblicare solo per un'esigenza contrattuale.

Col passare del tempo la reputazione del libro è migliorata, anche agli occhi di King, al punto che in occasione del primo adattamento cinematografico, diretto da Mary Lambert e uscito nel 1989 (Cimitero vivente il titolo italiano), fu lo stesso autore a firmare la sceneggiatura, con una clausola contrattuale che ne impediva la riscrittura (mentre un'altra imponeva l'uso del Maine come vera location per le riprese, mentre per la nuova trasposizione è stato scelto il Canada).

Dopo un sequel, sempre a cura della Lambert ma completamente slegato dal materiale di partenza, la storia è rimasta dormiente per oltre vent'anni, ma con la ritrovata popolarità degli adattamenti dei testi di King (tra cui il nuovo It, già trasposto più o meno negli stessi anni) era inevitabile che prima o poi lo ritrovassimo sullo schermo.

D'altronde lo dice anche il titolo di uno dei racconti più noti dello scrittore: a volte ritornano. Nel bene (Jason Clarke è molto più convincente nei panni di Louis Creed rispetto a Dale Midkiff) e nel male (i fan duri e puri urleranno al sacrilegio più di una volta, anche se King non ha avuto da ridire in questa occasione).

I tempi cambiano


Questa nuova trasposizione di Pet Sematary è stata affidata al duo registico Kevin Kölsch - Dennis Widmyer, già autori dell'apprezzato horror Starry Eyes (2014). Insieme allo sceneggiatore Jeff Buhler firmano un film essenzialmente scisso in due parti, almeno per quanto riguarda la fedeltà al romanzo, che nella seconda parte del lungometraggio cede il posto a licenze poetiche inevitabilmente destinate a far discutere (una di queste fu persino inclusa nei trailer, generando una polemica a parte sulla questione degli spoiler a livello di marketing).

Un "tradimento" per certi versi ineluttabile, per non ritrovarsi con una copia carbone del film del 1989 che seguiva molto da vicino la fonte letteraria e di cui la versione odierna non vuole essere un remake, al netto di una fiacca cover del celebre brano dei Ramones nei titoli di coda.
Kölsch e Widmyer tradiscono il libro per rileggerne la filosofia di fondo in ottica beffarda, optando per un approccio più tradizionalmente horror, con tanto di riciclaggio ironico della convenzione del gatto usato per generare spaventi facili.

Viene a mancare la componente più sottilmente inquietante, quella legata al ragionamento puro e semplice sulla morte (vedi la sottotrama di Zelda, che in questa sede è piuttosto annacquata), ma i registi compensano con uno sguardo divertito e divertente che si appropria del materiale di base con un'irriverenza che, per quanto destinata a dividere, dà al nuovo adattamento una certa freschezza.
Intrisa di putrefazione, ovviamente, a cominciare da quel famelico gatto che occupa una posizione centrale sulla locandina americana e riesce, con un semplice sguardo, a rubare la scena a praticamente tutti gli interpreti umani. D'altronde, quando il titolo allude agli animali...

Pet Sematary Kevin Kölsch e Dennis Widmyer portano sullo schermo il romanzo di Stephen King in una versione riveduta, anche se non necessariamente corretta. Le deviazioni dalla fonte letteraria sono al contempo interessanti e frustranti, generando un film dalla doppia identità che perde parzialmente per strada il senso di ciò che King aveva scritto ai tempi, salvo poi ritrovarlo con un certo gusto beffardo e irriverente. Menzione speciale per il gatto Church, splendidamente inquietante.

7

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