Recensione Per sfortuna che ci sei

La iella arriva dalla Francia

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Se la fortuna sembra essere un elemento piuttosto caro al regista di New York Donald Petrie, che la incluse sia ne La fortuna bussa alla porta... il problema è farla entrare (1990) che in Baciati dalla sfortuna (2006), pare aver convinto anche il collega d'oltralpe Nicolas Cuche a sfruttarla in una commedia.
Infatti, protagonista del suo La chance de ma vie, distribuito in Italia con il titolo Per sfortuna che ci sei, è il consulente coniugale Julien Monnier, il quale, con le fattezze del François-Xavier Demaison visto ne Il piccolo Nicolas e i suoi genitori (2009), non riesce a tenersi una donna accanto per più di due settimane, in quanto porta sfortuna a tutte le esponenti del sesso femminile che s'invaghiscono di lui. Una sfortuna di quelle che ti spediscono in ospedale più volte la settimana, che ti stroncano la carriera o ti fanno litigare a vita con parenti e amici; fino al giorno in cui la sua strada incrocia quella della nuova, inconsapevole futura vittima: la ragazza in cerca di successo lavorativo Johanna Sorini, cui concede anima e corpo la bella Virginie Efira che qualcuno ricorderà per aver preso parte a Kill me please (2010) di Olias Barco, vincitore del Festival Internazionale del Film di Roma.

Parola di Nicolas Cuche

E’ sempre difficile spiegare perché si ha voglia di fare un film oppure no, ma ricordo che il soggetto mi è subito piaciuto. All’epoca, ero indeciso tra diverse sceneggiature. Ho scelto questa per la freschezza, l’energia e il tentativo di fare un tipo diverso di commedia sentimentale. Non era una commedia falsamente psicologica, pretesto per trattare i problemi dei trentenni. Non era neppure una commedia ‘egoista’. Non ci sono persone che, pur avendo tutto per essere felici, giocano a essere infelici. La storia ha un tono e uno slancio piuttosto allegri. Un incontro che ci trascina in una strana avventura con il ritmo della sua costruzione.

La fantastica sfiga

E, prima ancora dei titoli di testa, è già a cominciare dal prologo che non mancano occasioni per spingere lo spettatore a sfoggiare il proprio sorriso, dinanzi alle assurde prove della iella di cui è portatore il protagonista, in parte come pure la sua partner che tanto ricorda l'americana Katherine Heigl.
Del resto, tra gag basate in maniera principale sugli equivoci e una bella colonna sonora a fare da commento al tutto, se l'imbranata impresa che Johanna porta a compimento nella casa dei genitori di Julien, con la "complicità" di un cane, non può fare a meno di richiamare alla memoria le situazioni di Ti presento i miei (2000) con Ben Stiller, il taglio generale dell'operazione ricorda proprio certe commedie interpretate dalla protagonista di Molto incinta (2007).
Però, per fortuna (mai termine fu più appropriato per recensire un film del genere), a fine visione l'impressione che si prova è quella piacevole lasciata da titoli heigliani come La dura verità (2009) e non quella di essersi dovuti subire un altro 27 volte in bianco (2008).
Quindi, è chiaro che, sia nei ritmi che nel tipo di comicità (che non evita di tirare in ballo neppure falli di plastica), il film di Cuche sia molto più vicino alle commedie a stelle e strisce che a quelle francesi; e ciò non va assolutamente identificato come un difetto, visto che si sorride a sufficienza nel corso dei circa 87 gradevoli minuti di visione, volti a ricordare da un lato che la iella, a volte, porta anche bene, e dall'altro che, se nelle favole le principesse sposano il principe azzurro, nella vita, in fondo, è una questione di fortuna.

Per sfortuna che ci sei Complici una serie di azzeccate gag e i due bravi protagonisti François-Xavier Demaison e Virginie Efira, Nicolas Cuche confeziona una commedia sentimentale che diverte e scalda il cuore senza spingere a gridare al capolavoro; ricordando più la risata su celluloide d’oltreoceano che quella d’oltralpe, nella quale la sua pellicola dovrebbe rientrare. Non a caso, dichiara: “Con gli sceneggiatori avevamo riferimenti comuni, film romantici inglesi o americani più che francesi, ma senza rinnegare la nostra cultura, facendo film ‘alla maniera di’.”

6.5

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