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Per primo hanno ucciso mio padre: la recensione del film di Angelina Jolie

Il quarto film da regista di Angelina Jolie è anche il primo prodotto e distribuito da Netflix, dedicato alla storia insanguinata della Cambogia.

recensione Per primo hanno ucciso mio padre: la recensione del film di Angelina Jolie
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L'impegno politico di Angelina Jolie su scala internazionale (dal 2001 è ambasciatrice per l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) tramite attività di beneficenza e missioni umanitarie ha trovato sfogo anche nel suo percorso di regista. Da sempre attenta a sensibilizzare il pubblico su vicende di ingiustizia sociale, povertà, conflitto ed emancipazione, l'attrice americana si è prima fatta notare con Nella terra del sangue e del miele, storia d'amore drammatica in un campo di concentramento durante la guerra jugoslava, poi grazie ad Unbroken, biopic dedicato alla figura di Louis Zamperini (l'atleta olimpico tenuto prigioniero dei giapponesi nel corso della seconda guerra mondiale), ha definitivamente rotto le barriere dell'anonimato consegnandosi all'industria più commerciale, vantando tra l'altro la preziosa collaborazione di Roger Deakins alla fotografia e dei fratelli Coen in sede di sceneggiatura. Se escludiamo il deludente e inosservato By The Sea (2015), il percorso della Jolie dietro la macchina da presa sembra davvero rivolto ad un interesse quasi unicamente filantropico - più che strettamente cinematografico - e Per primo hanno ucciso mio padre, ultimo lavoro prodotto e distribuito da Netflix, ne è la prova schiacciante.

L'epopea di una bambina nella Cambogia insanguinata

Adattamento del romanzo autobiografico di Loung Ung "Il lungo nastro rosso", il film racconta la lunga ed estenuante epopea di una bambina cambogiana e della sua famiglia in fuga dal regime mortale dei Khmer Rossi: l'anno è il 1975 e l'uscita di scena degli americani dal Paese lascia campo aperto per l'instaurazione della dittatura di Angkar; la popolazione locale non ha scelta, se non quella di abbandonare le proprie case e mettersi in viaggio verso le campagne, destinati a feroci campi di prigonia dove sottostare al potere dei "rivoluzionari". Tutta questa vicenda storica, sconosciuta ad una buona parte dell'opinione mondiale, viene narrata dalla Jolie attraverso il punto di vista della bambina (l'autrice del romanzo che ricorda la sua esperienza privata) con l'espediente filmico di uno sguardo posto alla stessa altezza dell'infanzia; ecco che lo spettacolo della morte, unito al dolore della separazione, assume nel film una dimensione certamente più elementare, quindi pura, ma al contempo falsata da emozioni forzate, da una commozione talvolta indotta (il vento dei difetti di Unbroken soffia ancora sul lavoro della Jolie). E se prima, in Nella terra del sangue e del miele, questa melassa di lacrime e sentimento veniva in qualche modo mitigata, qui risulta essere l'unica possibile interpretazione, un'opera assai banale sia nella messa in scena che negli intenti. Onestamente, era lecito aspettarsi di meglio, ma visto e considerato il coinvolgimento personale della Ung in veste di sceneggiatrice, alcune scelte potrebbero esser state pilotate e appositamente realizzate per far felici i diretti interessati.

Pellicola ricattatoria, ma nella maniera più ingenua ed evidente, Per primo hanno ucciso mio padre è il fallimento di una cinematografia filantropico-umanitaria che mira alla sensibilizzazione senza però avere la capacità di trasformare il già ottimo materiale - la storia insanguinata della Cambogia - in un racconto critico, destabilizzante e non accomodante, passionale, che possa spostare lo sguardo in una posizione magari esterna alla vicenda, dunque obiettiva, invece che limitarsi al racconto soggettivo della bambina. Purtroppo il risultato finale, similmente ad Unbroken, non è affatto convincente né registicamente degno di attenzione. Ed è un vero peccato.

Per primo hanno ucciso mio padre Quarto lungometraggio da regista per Angelina Jolie, Per primo hanno ucciso mio padre cade nella trappola della lacrima facile risultando fin troppo ricattatorio nei confronti dello spettatore. Dopo il buono "Nella terra del sangue e del miele" e un poco riuscito "Unbroken", la Jolie sembra ancora preda dei suoi impegni umanitari senza però trovare una chiave di lettura interessante nelle storie che racconta, sia a livello tecnico che narrativo.

5

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