Peninsula, la recensione del sequel di Train to Busan

Il regista Yeon Sang-ho torna "sul luogo del delitto", in una Corea isolata dal resto del mondo dove i pochi superstiti lottano per la sopravvivenza.

Peninsula, la recensione del sequel di Train to Busan
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La Corea del Sud è stata messa in quarantena dopo lo scoppio dell'epidemia che ha trasformato gran parte degli abitanti in zombie affamati di carne umana. Niente e nessuno può avvicinarsi alla penisola, con lo scopo di evitare che il morbo si diffonda nel mondo intero, costringendo i pochi superstiti a una lotta per la sopravvivenza giorno dopo giorno.
Il capitano dell'esercito Jung-Seok ha perso tutto quattro anni prima, quando a poche ore dal diffondersi della piaga ha visto morire davanti ai propri occhi la sorella e il nipote, che si trovavano insieme a lui su una nave diretta in Giappone e poi luogo di una carneficina causata da un passeggero infetto.

Ritorno a casa

Doveva essere presentato al Festival di Cannes poi annullato a causa dell'epidemia da coronavirus, arriva ora alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Tutti ne parlano.
Gli amanti del cinema horror attendevano da tempo il sequel dello zombie-movie più riuscito degli ultimi anni, quel Train to Busan (2016) che dalla Corea con furore ha rivitalizzato un genere troppo spesso a rischio cliché ed è diventato un cult planetario.
Il maggior budget a disposizione e il diffondersi su larga scala dell'epidemia garantivano sulla carta emozioni ancora maggiori ma il risultato può dirsi riuscito solo a metà. Peninsula segue infatti i canoni del blockbuster moderno ma non riesce a trovare la forza e l'originalità che avevano contraddistinto il primo capitolo.
Andiamo dunque con ordine e analizziamo insieme i punti di forza e i passaggi a vuoto di questa nuova avventura firmata da Yeon Sang-ho.

Il prima e il dopo

Il prologo è coi fiocchi e già nei primi minuti offre un campionario concentrato di quello che avverrà nel resto della visione: dopo una breve intro nella quale due dei futuri protagonisti si incrociano a loro insaputa in una scena ad alto tasso drammatico, l'ambientazione si sposta a bordo di una nave da crociera carica di fuggiaschi, diretta almeno inizialmente verso il Giappone.
Mentre i telegiornali occidentali ci raccontano quanto è avvenuto nelle fasi clou del diffondersi del contagio, lo spettatore potrebbe essere inizialmente portato a credere di assistere a una reiterazione del capostipite, con la sola eccezione del cambio tra treno e imbarcazione a far la differenza.
La sequenza chiave in alto mare possiede la giusta dose di tensione e riesce a emozionare con semplicità, catapultandoci sin da subito nell'inferno privato di due dei personaggi principali.

Peninsula si sposta poi avanti nel tempo, dapprima in quel di Hong Kong, dove questi - cambiati nel look e nello spirito - sono vittima di ostilità da parte degli autoctoni.
Qui si pongono le basi per il film vero e proprio, con il ritorno in Corea dovuto al relativo sbocco di trama che prepara il campo all'anima più ludica e rocambolesca che permeerà gran parte delle due ore di visione.

Mad Korea

I primi passi in un Paese devastato restituiscono un impatto suggestivo e inquietante al punto giusto, con le soggettive che spiano il manipolo di "mercenari" al centro del racconto che instillano una sana tensione di genere, e quando gli zombie fanno la loro comparsa in massa l'intrattenimento a tema è assicurato, con gli ottimi effetti speciali e le sessioni di make-up a offrire un entusiasmante divertissement anche come resa estetica.
Col procedere dei minuti si avvertono però i primi scricchiolii, soprattutto per ciò che concerne il versante narrativo: l'entrata in scena di nuove figure, caratterizzate a forza sui generis, e l'insistenza su atmosfere pseudo distopiche portano infatti una certa pesantezza a livello di scrittura, con la parte centrale che risente di alcune lungaggini atte a introdurre le new-entry e le rispettive dinamiche che le vedono coinvolte.
Allo stesso modo il regista spinge sull'eccesso e guarda pesantemente, come una sorta di ridondante omaggio, a grandi classici del filone post-apocalittico, saga di Mad Max in primis.

Action zombie

La seconda metà vive infatti su un crescendo action, tra furiose sparatorie e disperate corse per fuggire dai morti viventi che sono solo un antipasto per il tour de force finale, dove ha luogo una serie di esaltanti inseguimenti su quattro ruote per le strade di una città abbandonata che strizzano marcatamente l'occhio al franchise di George Miller, nonché alle derapate alla Fast & Furious.
Il divertimento è assicurato, con momenti di grande esaltazione che abbondano di un'ironia più o meno grottesca, ma a tratti si ha l'impressione che si sia voluto esagerare oltremisura, snaturando quel perfetto mix tra horror e sentimentalismo che caratterizzava Train to Busan.
Qui l'introspezione psicologica è in secondo piano, succube di un'anima action che divora tutto e tutti senza il necessario equilibrio, e la conferma del "troppo che stroppia" arriva dal lungo epilogo, carico di una forzata retorica tendente al dramma che rischia di generare un effetto contrario rispetto a quanto previsto in origine.
Yeon Sang-ho sembra aver ceduto alle logiche del moderno blockbuster senza trovare la necessaria visione d'insieme e a conti fatti Peninsula è un film sì gradevole ma non memorabile, al di sotto delle alte aspettative.

Peninsula Il sequel dell'acclamato Train to Busan (2016) non riesce a bissare quanto di buono visto nel prototipo, rivelandosi un onesto e gradevole blockbuster privo però del necessario equilibrio stilistico e narrativo. Il mix di atmosfere drammatiche e dinamiche horror funziona soprattutto nella prima parte, ambientata a bordo di una nave che ricorda pur nella sua brevità proprio i toni dell'originale. Il problema principale di Peninsula è l'essere eccessivamente schiavo della sua anima action, che ben presto prende il sopravvento sui personaggi - numerosi ma mai veramente incisivi - e sulla storia, che cede a un'insopportabile retorica strappalacrime. Nonostante questi evidenti difetti, ancor più palesi se confrontati col precedente modello di riferimento, le due ore di visione riescono comunque a offrire un sano divertimento a tema con buoni effetti speciali, sia per ciò che concerne i morti viventi che per le ambientazioni post-apocalittiche. I marcati rimandi all'immaginario di Mad Max regalano avvincenti sequenze di pura adrenalina, tra furiosi inseguimenti su quattro ruote e veementi sparatorie, e con il confronto, Romero docet, tra la bestialità degli infetti succubi del morbo e quella ben più colpevole di coloro che hanno perso ogni briciolo di umanità.

6.5

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