Recensione Partisan

Vincent Cassel è padre padrone in una comunità di soldati bambini, educati all'obbedienza e alla violenza, dove l'accettazione passiva delle regole interne è l'unica via per la sopravvivenza.

Recensione Partisan
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Madri e bambini vittime di maltrattamenti vengono accolti tutti insieme all'interno di una comunità guidata da Gregori (un magnetico Vincent Cassel), un capo carismatico che nasconde però nella sua interiorità zone d'ombra molto estese. Del gruppo fanno parte tante donne (tutte prima o poi amanti di Gregori) e tanti bambini (figli biologici o adottivi dello stesso). Il capo della comune si adopera per fare ai bambini da educatore e padre, regalando loro perfino qualche momento di gloria - una serata da pop star - a quelli che (in base ai suoi insegnamenti) ottengono i risultati migliori (contraddistinti da una serie di stelline che vengono assegnate di volta in volta ai più meritevoli nelle varie ‘discipline'). A spiccare tra gli altri e in misura sempre maggiore sarà però Alexander, distintosi sin da piccolo per un talento e un'intelligenza particolari. Caratteristiche molto amate da Gregori che vede nel piccolo, forse, il suo pupillo, quello che può apprendere appieno i suoi insegnamenti (assai controversi) di vita, quell'attitudine alla violenza, quell'adesione alla legge del più forte. Una legge che, d'altronde, il piccolo uomo farà sua precocemente e fin troppo bene. Saranno infatti proprio lo spirito combattente e ribelle di Alexander, la grande sicurezza nelle sue capacità così come nel suo istinto a fargli prendere consapevolezza di quel mondo e delle grandi contraddizioni che lo governano. Si andrà così delineando il percorso di formazione di un bambino solitario eppure capace di comprendere molto più (e prima) degli altri la reale essenza di quella ambigua vita di gruppo e il volto più oscuro del suo padre adottivo e mentore.

L'educazione 'militare' dei soldati bambini

Alla sua opera prima Ariel Kleiman (regista australiano già insignito di diversi riconoscimenti con i suoi corti Young Love, Deeper Than Yesterday, Muscles) realizza un film che è insieme romanzo di formazione e thriller psicologico. Al centro della storia un confronto tutto umano con un Vincent Cassel molto intenso, convincente nel dualismo che lo rende da un lato tutore partecipato e affettuoso e dall'altro uomo profondamente inquieto, corrotto. Affine per vocazione concettuale e visiva a quella cinematografia ‘animale' che rivendica nel rapporto natura/uomo il lato più feroce e animalesco di quest'ultimo (Animal Kingdom, Mange Tes Morts, tanto per citarne un paio), Partisan è proprio una sorta di Animal Kingdom (non a caso anche nome di una delle società di produzione del film) ancora più acerbo, dove la comunità - una schiera di soldati bambini - rappresenta il microcosmo degli adulti che verranno, educati all'obbedienza (del prossimo più forte) e alla violenza (nella continua rivendicazione della propria posizione). Inflessione di un certo cinema autoriale capace di fermare alcune immagini di vita attraverso un occhio narrativo particolarmente incisivo e invasivo nonché grazie alla forza dei momenti musicali, posti in equilibrio nei momenti di svolta. Un'opera catalizzante grazie a due interpretazioni di estrema intensità (ottimo Vincent Cassel in un ruolo dalle forti contraddizioni, ma altrettanto bravo il piccolo esordiente Jeremy Chabriel nei panni del giovane protagonista, magnetico e glaciale nel suo filtrare e assimilare ogni stortura del mondo circostante) che mettono a fuoco il rapporto conflittuale tra uomo adulto e uomo bambino, il film di Kleiman si cristallizza poi nei suoi momenti chiave, scene di confronto dove la musica ha una presenza non invasiva ma sempre determinante. The hardest thing (to tell the truth) canta il titolo del pezzo posto a metà dell'opera (interpretato da Tony Primo and Nixxie), confine che segna per Alexander il passaggio da una passiva rassegnazione alle regole impostegli verso la messa in discussione di una verità che inizia a svelarsi in tutta la sua volubilità.

Partisan Al suo esordio nel lungometraggio (dopo una serie di corti di successo) l’australiano Ariel Kleiman realizza un film interessante, che segue il percorso di presa di coscienza di un adolescente in una comunità fatta di regole ferree e valori ambigui. Un’opera autoriale perfettibile, ma sostenuta da un’ottima densità narrativa e dalle notevoli interpretazioni dei due protagonisti Vincent Cassel e Jeremy Chabriel.

7.5

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