Recensione Paranormal Activity 3

Gradevole il terzo episodio delle "attività paranormali"

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Le storie - spesso troppo simili a leggende metropolitane - che gravitano attorno alla saga di Paranormal Activity sono davvero tante, e risulta alquanto difficile, in casi come questo, scindere la realtà dalla fantasia e fare una scrematura delle molteplici cose che giungono alla nostra attenzione.
Nata come una sorta di esperimento ludico con un budget iniziale di 10.000 dollari, la creatura partorita dalla mente dell’ex programmatore di computer - ora regista, sceneggiatore e produttore cinematografico di fama internazionale - Oren Peli è andata man mano sviluppandosi attirando prima l’olfatto - (quasi) mai infallibile - di un esperto segugio quale Steven Spielberg, le cui affermazioni - chissà quanto credibili - hanno indubbiamente contribuito a incrementare ancor più il già considerevole livello di curiosità, e poi quello di milioni di spettatori in tutto il mondo che si sono lasciati coinvolgere in quello che, fino ad ora, si è dimostrato essere un vero e proprio gioco a mosca cieca in cui stava proprio allo spettatore l’arduo compito di sviluppare un proprio pensiero rispetto a ciò che si vedeva - o meglio, che non si vedeva - sullo schermo.

SUPERNORMAL ACTIVITY

A differenza di molte saghe horror più o meno recenti, quella delle "attività paranormali" ha la caratteristica di guardare al passato anziché al futuro. L’abbiamo visto nel prequel - spacciato però per sequel - diretto lo scorso anno da Tod Williams e lo rivedremo anche in questo terzo capitolo che si presenta, appunto, come un prequel del prequel.
Ambientata nel 1988, la storia si concentra infatti sull’infanzia delle sorelline Katie e Kristi, svelando il loro primo incontro con il demone che, come ben sappiamo, le perseguiterà per il resto della loro esistenza.
Il perché del fatto che la saga di Paranormal Activity si ostini sempre più impetuosamente ad andare a scoprire le proprie origini piuttosto che accelerare il corso degli eventi lo possiamo facilmente immaginare: il finale “chiuso” con cui si concludeva il primo film ha imposto agli autori la prerogativa di concentrare la loro attenzione su qualcosa che andasse al di là di un semplice prosieguo della storia, costringendoli dunque ad adottare un modus operandi in grado di rendere la vicenda diversa da quelli che sono gli standard della gran parte dell’odierna produzione di genere horror.
Quanto lontano, o meglio, quanto indietro possano andare gli autori di PA non riusciamo ancora a immaginarlo, ma, almeno per ora, siamo comunque ben lieti di intravedere, da parte di questa saga, l’assunzione di una propria identità, una presa di sicurezza che spinge lo spettatore ad affezionarsi ai personaggi e a vivere con essi ogni momento e ogni emozione, normale o (para)normale che sia.
Lo script di Christopher B. Landon, già tra i responsabili del secondo, ha consapevolezza delle proprie potenzialità, sfruttando a dovere la suspense e premendo l’acceleratore anche sull’aspetto visivo, qui tenuto in maggior risalto rispetto alle precedenti pellicole.
Infatti, se i primi due film concentravano la loro attenzione quasi esclusivamente sulle componenti psicologiche del racconto, non proponendo quasi nulla di oltremodo esplicito, in questo caso avviene un seppur lieve rovescio dei termini, con sequenze - che logicamente non sveliamo - in grado di provocare il fatidico sobbalzo sulla poltrona e di dare vita a momenti di discreta tensione.
Il tutto adeguatamente sviluppato dalla coppia di registi Ariel Schulman-Henry Joost, già impostisi all’attenzione del pubblico e della critica con l’apprezzatissimo documentario Catfish (2010) e non a caso scelti per rendere sufficientemente efficace una storia che, in mani diverse, avrebbe sicuramente preso una piega sciatta e sbiadita.
Cosa che invece non accade - salvo forse per la riproposizione di qualche frammento "vuoto" di troppo in cui non accade praticamente nulla - proprio grazie all'originalità di alcune scelte di regia e a un congruo e sapiente uso degli effetti speciali, che apportano un generoso contributo alle sequenze di maggior impatto pur senza essere eccessivamente invasivi e lasciando che il prodotto mantenga intatta la propria estetica.

Paranormal Activity 3 Al di là delle apparenze, il terzo capitolo della saga di Paranormal Activity dimostra un’ammirevole sicurezza e sfrutta a dovere i vari momenti di suspense così come l’aspetto puramente visivo. Dimostrazione del fatto che, nonostante la piattezza dei primi due episodi, questa saga inizia davvero ad assumere una propria identità, che speriamo vada affermandosi in (eventuali) prossimi capitoli.

6

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