Recensione Paradiso amaro

Un George Clooney mai così bravo nello stupefacente ritorno alla regia di Alexander Payne

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“Siccome vivo alle Hawaii, i miei amici pensano che io sia sempre in Paradiso. Diamine, saranno almeno 15 anni che non salgo su una tavola da surf... Paradiso un...!”

Il Sex symbol per eccellenza, l’emblema dell’uomo di successo: bello, ricco, famoso, con milioni di donne ai suoi piedi e una carriera che lo ha portato ad essere una delle personalità più potenti del cinema.
Lui è George Clooney, uno che, nel mondo dello spettacolo, ha fatto praticamente di tutto, affermandosi, in questi ultimi periodi, anche come regista e sceneggiatore impegnato grazie all’apprezzatissimo political thriller Le idi di marzo.
Ma se proprio dobbiamo trovare un neo in quella che è, come detto, una filmografia estremamente corposa e variegata, è allora d’obbligo sottolineare la “mancanza” - per così dire - di un ruolo tragicomico, che fondesse in egual misura dramma e commedia risultando una scelta artistica ragionata e non semplicemente una tattica per fare incetta di statuette e globi dorati.
Detto fatto: il buon George ha dunque posto rimedio anche a questo, affidandosi nelle mani dell’esperto Alexander Payne - che torna dietro la macchina da presa a oltre sette anni di distanza da quel fenomenale Sideways - In viaggio con Jack (2004) reo di averlo imposto all’attenzione di pubblico e critica come uno dei più talentuosi filmaker indipendenti del panorama hollywoodiano - in un film che lo vede nei panni dell’avvocato Matt King, sposato, con due figlie e una casa che è - o meglio, sarebbe - la sopraffina sintesi di una vita semplicemente perfetta.
Peccato che, a rovinare tutto, sopraggiunga un tragico incidente in motoscafo ai danni di sua moglie Elizabeth, in seguito al quale la donna entra in coma irreversibile. Evento, questo, che porta con sé conseguenze da una parte prevedibili e dall’altra totalmente inaspettate, svelando la vera natura dei personaggi e particolari della vita di ognuno che mai ci saremmo potuti immaginare.
D’un tratto, Matt viene infatti a scoprire dalla figlia più grande - ribelle per natura e con il vizio dell’alcool - che sua moglie aveva un amante ed era da tempo intenzionata a chiedere il divorzio. E’ dunque così che, nel bel mezzo dell’agonia della donna, Matt e le figlie si mettono in viaggio per scoprire chi è il farabutto che si è introdotto nella loro vita.

MUCH MORE PERFETTO

Ultimamente siamo abituati a vederlo, in dolce compagnia - e come potrebbe essere altrimenti... - nell’ormai ultra nota campagna pubblicitaria del caffè Nespresso, che lo mostra al top della forma e lo propone nel ruolo di Sex symbol che ogni donna vorrebbe al suo fianco.
Ma, purtroppo o per fortuna - noi propendiamo per la seconda - non sono queste le principali caratteristiche appartenenti al Matt King interpretato da George Clooney in questa quinta fatica registica di Alexander Payne, all’interno della quale il buon George propone un’immagine di sé del tutto differente da quella che siamo solitamente abituati a trovarci davanti. Look trasandato, portamento goffo, personalità insicura e - sì, sembra incredibile - poco successo con le donne, tant’è vero che, come detto prima, la consorte, prima di entrare in coma, lo voleva mollare per un altro.
Perché, allora, lo spettatore - soprattutto quello di sesso femminile - dovrebbe essere interessato a vedere un film in cui un attore dal fascino inarrivabile come George Clooney “rinnega” ciò che, per anni, gli ha garantito fama, soldi e successo in favore di “qualcos’altro”? Potrà sembrare il più abusato dei cliché, ma il motivo sta proprio in quell’”altro”.
Di una bravura ineccepibile e talvolta addirittura spiazzante, Clooney disegna un personaggio che forse ricorderemo come il più significativo della sua intera filmografia, in grado di divertire con contegno e, subito dopo, di farti commuovere grazie a una spontaneità che ben pochi attori, negli annali della storia della settima Arte, sono stati in grado di eguagliare.
E il punto forte della sua performance come dell’intero film risiede proprio in questo aspetto del suo personaggio: la spontaneità.
Matt King non è il rapinatore gentiluomo Jack Foley di Out of Sight (1998) che riusciva ad ammaliare l’intrepida Jennifer Lopez con il solo sguardo, non è lo scaltro svaligiatore di casinò Danny Ocean della saga di Ocean’s Eleven (2001, 2004, 2007), non è il sicuro ed elegante tagliatore di teste Ryan Bingham di Tra le nuvole (2009) e non è nemmeno lo stupido, barbuto e imbranato agente del tesoro Harry Pfarrer di Burn After Reading (2008), tanto per ricordare che, di metamorfosi, il bravo George ne ha fatte parecchie.
Matt è un uomo come noi, con le nostre stesse debolezze e le stesse fragilità che accomunano ogni individuo di questo mondo, e che, cosa più importante, si trova ad affrontare una di quelle disgrazie che non augureresti nemmeno al tuo peggior nemico.
George Clooney è straordinario in questo film perché si immedesima nei panni di un comune mortale attribuendogli comicità e dramma in parti uguali senza risultare oltremodo enfatico e regalando, dunque, una prestazione che possiamo descrivere a dovere solo usando, anche in questo caso, un cliché, ovvero: da Oscar!

PARADISE. WHAT ELSE?

Ma così come la sua performance, straordinaria è anche l’intera pellicola, perché se Clooney riesce ad adattarsi così bene al piacevole oscillare del film tra commedia e dramma, il più grande merito è proprio dello script - a firma dello stesso Payne in collaborazione con Nat Faxon e Jim Rash, basato sul romanzo Eredi di un mondo sbagliato (2007) di Kaui Hart Hemmings - che, nonostante le quasi due ore di durata, impedisce il proliferare di momenti di noia grazie a una struttura solida e che riesce sempre a trovare il giusto appeal per coinvolgere lo spettatore.
L’ironia amara - proprio come il Paradiso del titolo - il dolore improvviso, la rabbia sopita che impetuosamente si scatena, i personaggi sopra le righe e proprio per questo affascinanti sono tutte componenti del racconto che rendono visibile e inconfondibile il marchio di Alexander Payne e che rimandano la memoria, in particolar modo, al bellissimo - e forse troppo sottovalutato - A proposito di Schmidt (2002), in cui un Jack Nicholson in stato di grazia diventava anch’egli vedovo tutto d’un tratto scoprendo poi che la moglie lo tradiva.
Alla fine, ciò che resta in mano non sono le lacrime, non è lo sconforto e nemmeno il senso di angoscia, ma solo la sicurezza che, in un modo o nell’altro, si riesce sempre a trovare la forza per andare avanti e per colmare un vuoto tanto grande quale può essere quello causato dalla perdita di un familiare.
Ed è grazie a opere come questa che riusciamo ad averne la consapevolezza.

Paradiso amaro Un George Clooney straordinario protagonista di una tragicommedia raffinata e sottile, già inserita tra i candidati all’Academy Award. Gran ritorno alla regia di Alexander Payne a sette anni di distanza da Sideways (2004) in un film con il quale riprende in mano gli stessi temi che facevano da sfondo al suo A proposito di Schmidt (2002) adattandoli a un contesto diverso. Da segnalare anche le buone performance del resto del cast, con una menzione speciale alla giovane Shailene Woodley, al ritrovato Robert Forster e a una vecchia conoscenza dei teen-movie a stelle e strisce come Matthew Lillard (Scream, Scooby-Doo). Academy, volete dare un Oscar? Datelo a Paradiso amaro! E datene un altro anche a Clooney!

8

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