Paradise Hills, recensione dello sci-fi con Emma Roberts e Milla Jovovich

Il primo lungometraggio di Alice Waddington è un film esteticamente appagante e parzialmente visionario, ma privo di equilibrio a livello narrativo.

recensione Paradise Hills, recensione dello sci-fi con Emma Roberts e Milla Jovovich
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La giovane Uma si risveglia in una stanza a lei sconosciuta e scopre di essere intrappolata su una remota isola, conosciuta con il nome di Paradise. Il luogo ospita altre ragazze sue coetanee, tutte in cura per risolvere dei problemi personali di vario genere: Uma è stata mandata lì dai genitori affinché acconsenta finalmente alle nozze con il ricco rampollo di una nobile famiglia, da lei non amato.
Su Paradise la protagonista stringe un solido legame di amicizia con Chloe, in cura per problemi di peso, e Yu, sofferente di attacchi di panico, nonché con la bella Amarna, una cantante che ha avuto diversi screzi col suo produttore. L'intera struttura, esclusiva per sole donne, è gestita dall'affascinante Duchessa, premurosa nei confronti delle proprie clienti in maniera morbosa e insistente nell'ottenere l'effetto voluto. Ma con il passare dei giorni Uma e le sue compagne scoprono come Paradise nasconda inquietanti segreti.

Non solo l'occhio vuole la sua parte

L'inizio faceva presagire grandi cose, con una cristallina ricerca dell'immagine in ottica visionaria che conquista per geometrie e luci, in un'escalation visiva e musicale delle grandi occasioni.
E l'occhio rimane effettivamente rapito anche nel resto della visione, con le fasi finali nuovamente sugli scudi in chiave effettistica e una notevole cura per le ambientazioni, sorta di ammodernamento in chiave pop di una timida estetica steampunk: acconciature, abiti e luoghi - sia al chiuso che all'aperto - regalano spesso sorprese nel corso dell'ora e mezza di visione.
Paradise Hills, esordio della regista spagnola Alice Waddington - che aveva ottenuto riconoscimenti un po' ovunque col suo corto d'esordio Disco inferno (2011) - non può dirsi altrettanto riuscito nella gestione della storia, con i tempi morti che caratterizzano in maniera predominante la parte centrale del racconto e diverse incongruenze e forzature nel percorso narrativo.

Girl power

Le influenze che si respirano nel corso degli eventi vanno dagli horror della Hammer a classici del cinema di fantascienza come L'invasione degli ultracorpi (1956), con tanto di citazioni - volontarie o meno - a popolari personaggi dell'universo fumettistico.
Il tutto viene filtrato attraverso una marcata ottica femminista e i sentori del movimento #MeToo fanno più volte capolino, accatastati alla rinfusa in un inno all'emancipazione femminile che risulta gratuito in più occasioni.
La sceneggiatura di Paradise Hill, scritta paradossalmente da due uomini - uno dei quali è il cineasta spagnolo Nacho Vigalondo, autore di cult di genere come Timecrimes (2007) e Colossal (2016) - è troppo concentrata e nega la corretta evoluzione dei personaggi e del rapporto tra alcuni di loro, tanto che pur a discapito dell'accennata lentezza un minutaggio maggiore avrebbe potuto chiarire ulteriormente certi risvolti poco approfonditi.
Il cast capitanato da Emma Roberts e Milla Jovovich offre performance senza infamia e senza lode, con la sola Awkwafina a spiccare nelle vesti della figura probabilmente meglio caratterizzata della vicenda, pur a dispetto del suo ruolo di supporto.
Per un film che prometteva molto ma non trova il giusto equilibrio tra apparenza e sostanza.

Paradise Hills Il finale, che aleggia tra il sublime e il ridicolo, oltre a essere la perfetta chiusura funge anche da sintesi di quanto assistito in precedenza. Paradise Hills è infatti un film esteticamente appagante per larga parte della visione, ma mai capace di trovare un proprio equilibrio a livello narrativo e di atmosfere, con fastidiosi rigurgiti del #MeToo a far capolino nei sempre più improbabili eventi. Con un mix tra l'immaginario pop e sussulti steampunk, questa co-produzione tra Spagna e Stati Uniti risente inoltre di una fase centrale dove accade poco o nulla e non riesce a infondere la necessaria profondità alla maggior parte dei personaggi coinvolti. Il risultato è così inevitabilmente castrato alle fondamenta, anche se il gusto decorativo dal taglio amabilmente visionario può comunque spingere a una visione non caricata di troppe aspettative.

6

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