Recensione Paradise Beach - Dentro l'incubo

La bella Blake Lively lotta per la sopravvivenza in Paradise beach - Dentro l'incubo per sfuggire ad un gigantesco squalo bianco in acque isolate.

recensione Paradise Beach - Dentro l'incubo
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Da quando, in quel lontano 1975, Steven Spielberg ha provveduto a colorare di rosso il mare attraverso il suo super classico Lo squalo, non pochi sono stati gli esempi cinematografici propensi a tirare in ballo famelici pescecani pronti a fare banchetto di poveri bagnanti innocenti; dal nostro L'ultimo squalo di Enzo G. Castellari, datato 1980, alle assurde derivazioni di inizio terzo millennio sfornate dalla Asylum, dispensatrice di Mega shark versus giant octopus e della saga Sharknado.
Un sottogenere cui va ad aggiungersi anche Paradise beach - dentro l'incubo, a proposito del quale il regista Jaume Collet-Serra - autore, tra l'altro, de La maschera di cera interpretato da Paris Hilton e del Run all night - Una notte da dimenticare con Liam Neeson - osserva: "C'erano davvero tanti elementi che rappresentavano una mega-sfida per qualunque regista. C'era una sola location, c'era l'acqua, animali e un personaggio in computer grafica. Anche uno solo di questi elementi è una sfida, quindi averli tutti insieme in un unico film era davvero avvincente".

Blake & white... shark!

Perché non ci troviamo dinanzi all'ennesimo shark movie incentrato sul massacro di poveri innocenti in vacanza o soldati in missione sottomarina, bensì di una storia sulla capacità di sopravvivenza e la forza di volontà che parte dalla figura della giovane studentessa di medicina Nancy incarnata da Blake Lively; la quale, in cerca di conforto in seguito alla morte di sua madre e che sembra aver trovato serenità anche nel surf, approda proprio sull'isolata spiaggia che fu il luogo preferito della defunta con l'intenzione di praticare lo sport della tavola sull'acqua, ritrovandosi, però, catapultata in un vero e proprio incubo ad occhi aperti.
Non a caso, una volta superata una primissima parte che fa di imponenti onde e splendidi paesaggi naturali i suoi affascinanti ingredienti, troviamo la protagonista in preda ad una tragica situazione proto-Open water, in quanto intrappolata in alto mare con un gigantesco squalo bianco deciso a trasformarla nel suo pasto.
Squalo bianco splendidamente concepito in computer grafica e rientrante, senza alcun dubbio, tra i migliori sfornati dal variegato universo della Settima arte; ma di cui abbiamo modo di ammirare la spettacolare apparizione soltanto in un secondo momento.
Secondo momento cui si giunge dopo che, complice oltretutto il coinvolgimento della carcassa di una megattera, la tensione viene fatta efficacemente salire fotogramma dopo fotogramma, man mano che la macchina da presa immortala soltanto dettagli sparsi relativi allo spaventoso predatore acquatico nascosto sotto la distesa di blu.
Fino all'arrivo dell'immancabile spargimento di cadaveri e dell'avvincente scontro conclusivo di oltre ottanta minuti di visione tecnicamente impeccabili, che non possiamo fare altro che giudicare positivamente ricorrendo anche a questa dichiarazione della produttrice Lynn Harris: "Ogni film di Jaume è sempre pieno di suspense, riesce a tirare fuori il meglio dai suoi attori e capisce ogni scena e ogni inquadratura dal punto di vista del pubblico, intuendo da subito quale sarà l'esperienza migliore per lo spettatore in ogni singolo momento".

Paradise Beach - Dentro l'incubo Sfruttando semplicemente una Blake Lively assediata da un pericolosissimo pescecane nelle acque di una spiaggia isolata, il cineasta di origini iberiche Jaume Collet-Serra rispolvera attraverso Paradise Beach - Dentro l'incubo una delle più gettonate branchie appartenenti a quel sottogenere dell’horror chiamato eco-vengeance, comprendente tutte le pellicole che pongono al proprio centro animali assassini. Il risultato è un coinvolgente thriller di stampo avventuroso orchestrato con professionalità tra tesa attesa, spettacolarità e momenti di terrore... rientrando di sicuro tra i migliori esempi di sempre di shark movie e confermando ancora una volta le notevoli doti del sottovalutato responsabile dell’ottimo Orphan.

7

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