Papillon, la recensione del remake con Charlie Hunnam e Rami Malek

La storia di Papillon, criminale francese condannato a scontare l'ergastolo in un carcere della Guiana Francese, è al centro di un remake dimenticabile.

recensione Papillon, la recensione del remake con Charlie Hunnam e Rami Malek
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Henri Charrière è stato un criminale francese salito agli onori delle cronache non tanto per il delitto di cui venne accusato - e per il quale si dichiarò sempre innocente - bensì per l'autobiografia che questi scrisse in età avanzata e che ripercorreva tutta la sua lunga e dolorosa esperienza carceraria, tentativi di fuga (l'ultimo riuscito) inclusi. Il galeotto era noto come Papillon per via del vistoso tatuaggio di una farfalla che aveva sul petto e così si intitola anche il romanzo nel quale egli stesso ha raccontato quanto vissuto.
Una storia il cui fascino non poteva sfuggire all'attenzione del cinema, nei primi anni '70 è infatti arrivato il primo adattamento per il grande schermo. Diretto dal Franklin J. Schaffner di Il pianeta delle scimmie (1968) e Patton, generale d'acciaio (1970), il film poteva contare su due protagonisti magnifici come Steve McQueen e Dustin Hoffman e ancora oggi è considerato un vero e proprio classico sia dallo spettatore cinefilo che dal grande pubblico, come testimoniano i numerosi passaggi televisivi.
In quest'occasione ci troviamo invece a parlare del recente remake datato 2017, passato un po' in sordina e dai bassi incassi, che vede nei due ruoli principali Charlie Hunnam e Rami Malek.

Chi non muore si rivede

Henri "Papillon" Charrière è un infallibile scassinatore della criminalità parigina che viene accusato di un delitto che non ha commesso.
A nulla vale la testimonianza dell'amata Nenette e l'uomo è condannato a scontare l'ergastolo nella famigerata colonia penale dell'Isola del Diavolo, nella Guiana Francese, una prigione infernale dalla quale mai nessuno è riuscito a evadere e poi sopravvivere.
Durante il tragitto in nave Papillon fa la conoscenza con il falsario Louis Dega e stringe con questi un patto: in cambio della sua protezione, Dega - tra i pochi prigionieri in possesso di ingenti disponibilità economiche - dovrà finanziare un tentativo di fuga.
Giunti in loco e organizzato nei minimi dettagli il piano, qualcosa va storto e il protagonista viene condannato a trascorrere un lungo periodo di isolamento che rischia di compromettere per sempre il suo stato psico-fisico.
Sarà solo il primo di una serie di burrascosi eventi durante i quali il legame tra Papillon e Dega diventerà sempre più saldo.

Niente di nuovo

Vi era davvero bisogno di un remake di un titolo così iconico? La risposta è ovviamente no, soprattutto per merito dell'originale, a oggi invecchiato benissimo, che non risente dei quasi cinquant'anni sul groppone.
In secondo luogo perché questa nuova trasposizione, basata sulla stessa sceneggiatura modificata solo in minima parte, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già visto nel prototipo.
Prototipo che risulta più di una semplice ispirazione, tanto che buona parte delle scene sono il risultato di un effettivo copia/incolla che lascia sbigottiti per la mancanza di originalità.
Il regista danese Michael Noer, al suo esordio in una produzione in lingua inglese, riprende quanto di buono visto nel film di Schaffner e cerca di aggiornarlo ai tempi moderni, ma il risultato è straniante e purtroppo derivativo, incapace di reggere il confronto e privo di molti dei passaggi visionari che caratterizzavano l'opera alla base.

Taglio e cucito

Nonostante le due ore e rotti di durata, questo nuovo Papillon pecca nella costruzione della storia e dei personaggi e tutto sembra avvenire per puro caso, a cominciare dallo stesso rapporto che lega i due protagonisti, qui latente di quel crescendo umanistico da giustificare certe decisioni prese e gioco-forza poco coinvolgente dal lato emotivo.
Si ha l'impressione di assistere a una versione condensata, infarcita qua e là di citazioni e appesantita da sequenze gratuite che rischiano un involontario alone macchiettistico.
Non tutto è da bocciare, la messa in scena è di ottima fattura e qualche soluzione registica risulta gradevole, ma l'insieme paga inevitabilmente lo scomodo paragone: destino simile per Charlie Hunnam e Rami Malek - il primo più convincente e adatto al ruolo - che cercano di non sfigurare eccessivamente rispetto alle due leggende che li hanno preceduti.

Papillon I remake hanno spesso una spada di Damocle sulla propria testa e cioè il confronto con l'opera originaria. In diverse occasioni questa è schivata da un differente approccio, in altre il rifacimento è invece vittima di quell'effetto copia e incolla che nulla aggiunge al prototipo. L'ultima delle circostanze appena esposte è quella della nuova versione di Papillon, che si basa sulla stessa sceneggiatura dell'illustre predecessore, già a sua volta tratta dall'autobiografia del criminale francese Henri Charrière. Questo adattamento datato 2017 riprende pari passo scene e svolte narrative dell'originale, smistando qua e là o tagli o condensazioni, ma è privo della necessaria intensità emotiva che caratterizzava il film con Steve McQueen e Dustin Hoffman, i cui ruoli vengono qui ripresi - in performance senza infamia e senza lode - da Charlie Hunnam e Rami Malek. Le due ore piene di visione pagano una semplificazione tendente alla superficialità, figlia dell'immediatezza che il grande pubblico odierno richiede (ma al botteghino si sono comunque piante lacrime amare) e che impedisce a un racconto così iconico di tornare in grande stile a quasi cinquant'anni dalla prima, leggendaria, trasposizione. Il film andrà in onda domenica 13 settembre alle 21.20 su RAI3 in prima visione tv.

5.5

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