Venezia 70

Recensione Palo Alto

Gia Coppola fa il suo esordio alla regia con un lungometraggio tratto da un romanzo di James Franco

Recensione Palo Alto
Articolo a cura di

Con ogni probabilità, la settantesima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia verrà ricordata come quella di James Franco.
Già, perché, oltre ad avere avuto in concorso il suo lungometraggio da regista Child of God (2013), l’interprete di 127 ore (2010) e de Il grande e potente Oz (2013) è stato presente in più vesti all’interno di Palo alto (2013), presentato all’interno della sezione Orizzonti e tratto proprio da un suo romanzo.
Vesti che vanno da quelle di produttore al ruolo di un allenatore all’interno di un lungometraggio che trova il suo maggiore motivo d’interesse nel fatto che rappresenta il debutto alla regia per Gia Coppola, nipote di Francis, la quale dichiara: “Ho conosciuto James Franco poco dopo essermi laureata. Gli avevo mostrato alcune mie fotografie e così finimmo con il parlare del suo libro, Palo Alto Stories. Da tempo non leggevo o vedevo qualcosa sui teenager che mi piacesse o che ritenessi realistico. In Palo Alto Stories, le diverse voci dei ragazzi risaltavano vere e oneste, mostrando l’essenza di essere giovani nella vulnerabilità e nell’assenza di un obiettivo: le conversazioni ridicole, le cotte represse, gli errori stupidi. Cercai ispirazione nel cinema, nella fotografia e nella musica. Da I ragazzi della 56ª strada a Il giardino delle vergini suicide, L’ultimo spettacolo, Diner e American graffiti, tutti film vividi e con qualche difetto nella trama. Sapevo anche di voler mantenere fissa la macchina da presa e volevo che composizione e colore di ogni inquadratura fossero come le fotografie di Stephen Shore, il mio mentore al college, che riprende solo scene di vita quotidiana”.

Dal nepotismo al nipotismo?

Debutto il cui titolo, ovviamente, si riferisce alla città degli Stati Uniti che fa da scenario ai quasi cento minuti di visione, incentrati sui giovani Teddy, April, Fred ed Emily che, rispettivamente con i volti di Jack Kilmer, EmmaScream 4Roberts, il Nat Woff di Capodanno a New York (2011) e Zoe Levin, al fine di superare l’inquietudine dell’adolescenza bevono, fumano marijuana e fanno sesso.
Quasi cento minuti di visione che, comprendenti nel cast anche il veterano Val Kilmer di Top gun (1986) e Batman forever (1995), quindi, intendono fornire tramite l’arte dei fotogrammi in movimento uno sguardo inflessibile sull’angoscia adolescenziale e sull’inettitudine degli adulti.

Quasi cento minuti di visione a proposito di cui la Coppola prosegue: “Cominciato il film e conosciuti bene i ragazzi, sarebbero stati loro a dirmi quali cose erano giuste o no. Alla fine, il film ha preso la sua strada e ciò che avevo immaginato inizialmente è finito con il diventare qualcosa con una sua anima. Realizzare un film comporta risolvere tanti problemi ed essere un regista al debutto è proprio come essere adolescente: ti spuntano i foruncoli, ti senti goffo, insicuro e impetuoso. Sono stata fortunata, e lo sono ancora, che Franco mi abbia dato fiducia. Mi ha tanto sostenuta, lasciandomi libera di interpretare e adattare i suoi racconti e contemporaneamente mi ha aiutato ad affrontare le difficoltà della regia”.
Però, alla fine di un elaborato decisamente fiacco e che non si mostra capace di aggiungere assolutamente nulla di nuovo a quanto già raccontato dalla Settima arte in relazione alle più o meno bruciate gioventù a stelle e strisce, il pensiero immediato è che la grande fortuna della volenterosa Gia sia, soprattutto, quella di portare un cognome non poco importante per chi decide di passare dietro la macchina da presa in un XXI secolo artistico sempre più risucchiato da un nepotismo sforna-cineasti anonimi.

Palo Alto Dopo Sofia e Christopher Coppola, anche Gia, nipote dell’autore della trilogia de Il padrino, esordisce dietro la macchina da presa. Tratto da un romanzo di James Franco, che figura anche in qualità di produttore ed è presente all’interno del cast, il suo lungometraggio si propone quale inflessibile sguardo di celluloide sull’angoscia adolescenziale e l’inettitudine degli adulti; ma, nonostante la buona volontà manifestata dagli attori, non riesce in alcun modo a risultare convincente, complice il fiacchissimo ritmo narrativo. Sarebbe pure ora che qualcuno spieghi ai grandi registi che i loro parenti non sono obbligati a intraprendere la stessa professione... soprattutto quando sono poco portati per il mestiere.

5

Quanto attendi: Palo Alto

Hype
Hype totali: 1
60%
nd