Recensione Padri e figlie

Amanda Seyfried e il vincitore del premio Oscar Russell Crowe sono un problematico padre e la sua complicata figlia nella quarta prova registica americana del romano Gabriele Muccino.

recensione Padri e figlie
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"Amare è difficile, è complicato, può essere doloroso e tanto. Ma siamo tutti figli. Anche quando siamo genitori, siamo comunque figli in cerca di qualcuno che ci ami e a cui dare il nostro amore. Siamo il risultato delle nostre infanzie. A volte è bastata una semplice frase di un conoscente, durante i nostri primi anni, per segnarci per sempre. Siamo spugne viventi, gonfie del risultato di una programmazione involontaria che il nostro subconscio ha respirato nel nostro habitat primordiale, nella nostra famiglia, con i nostri amici e in virtù di tutto ciò che abbiamo vissuto, visto, ascoltato durante quei nostri primi anni di vita".
Così il romano Gabriele Muccino, autore de L'ultimo bacio (2001) e del suo sequel Baciami ancora (2010), sintetizza la tematica alla base di Padri e figlie (2015), sua quarta fatica registica a stelle e strisce dopo La ricerca della felicità (2006), Sette anime (2008) e Quello che so sull'amore (2012), ancora una volta impreziosita da un cast ricco di star.
Infatti, con Octavia"The help"Spencer, la Diane Kruger di Bastardi senza gloria (2009) e la intramontabile Jane Fonda comprese nel mucchio, ne è protagonista il vincitore del premio Oscar Russell Crowe nei panni di Jake Davis, romanziere premio Pulitzer rimasto vedovo e che, impegnato a lottare contro un serio disturbo mentale che lo porta a finire in preda a spaventose convulsioni, cerca di crescere nel miglior modo possibile la figlioletta di cinque anni Katie, cui concede anima e corpo una stupefacente Kylie Rogers.

Quello che so sull'Amanda

Ma la particolarità della oltre ora e cinquanta di visione risiede nel fatto che non si limita a raccontare in maniera banalmente lineare il percorso di crescita della bambina, bensì lo alterna al suo stile di vita condotto venticinque anni più tardi, quando, da molto tempo lontana dal padre, arriva a possedere le fattezze della Amanda Seyfried di Lovelace (2013) e, nello svolgere l'attività di assistente sociale laureanda in psicologia, si mostra ancora costretta a combattere i demoni della sua tormentata infanzia e l'incapacità di abbandonarsi ad una storia d'amore.
Ed è proprio questo continuo contrasto tra l'innocenza della fanciullezza e la spregiudicatezza manifestata in età adulta nel consumare facilmente rapporti sessuali con gli uomini che capitano sulla sua strada a rappresentare l'elemento più interessante dell'operazione, oltre che quello destinato maggiormente a lasciar emergere quella sottile venatura mucciniana che, spesso scambiata per misoginia, altro non è che altamente veritiera rappresentazione del complicato universo femminile.
Man mano che il mai disprezzabile Bruce Greenwood incarna alla grande il tutt'altro che simpatico cognato di Jake e che l'Aaron Paul di Need for speed (2014) arriva a ricoprire un ruolo fondamentale nella vita di Katie; nel corso di un elaborato che, impreziosito dalle ottime musiche a firma del fido Paolo Buonvino, pur non essendo da bocciare lascia avvertire ben poco delle caratteristiche tipiche di colui che ci ha regalato Come te nessuno mai (1999) e Ricordati di me (2003).
Infatti, mentre viene discutibilmente affermato che gli uomini, al contrario delle donne, sono capaci di sopravvivere senza amore, al di là dell'immancabile lite con grida e della consueta corsa pre-epilogo sulla via della ricerca di redenzione, l'impressione è quella di trovarsi dinanzi ad uno di quei non disprezzabili film televisivi americani immersi nel dramma che popolano il piccolo schermo pomeridiano estivo.

Padri e figlie Con un titolo che richiama quasi alla memoria il monicelliano Padri e figli (1957), Gabriele Muccino torna per la quarta volta a lavorare su suolo americano avendo stavolta a disposizione Russell Crowe nel ruolo di uno scrittore problematico genitore di Amanda Seyfried. Mirato, tra l’altro, a ribadire che scrivere sta tutto nel saper cogliere la verità, Padri e figlie (2015) non appare inferiore a Sette anime (2008), ma, pur rimanendo nella media, non può fare a meno di uscire sconfitto dal confronto con le altre due prove mucciniane d’oltreoceano (La ricerca della felicità e Quello che so sull’amore), soprattutto a causa di un look quasi televisivo conferito dalla mancanza della verve tipica dell’autore de L’ultimo bacio (2001).

6

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