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Un padre, la recensione del film Netflix

Paul Weitz parte da una premessa estremamente drammatica e realizza un film vario e sincero, con protagonista uno straordinario Kevin Hart.

Un padre, la recensione del film Netflix
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Matt Logelin non potrebbe essere più felice: ha appena assistito alla nascita di sua figlia Maddy, l'ha presa tra le braccia e si è scambiato uno sguardo di reciproco amore. Pochi minuti dopo però la gioia più grande che la vita possa dare viene rovinata da una notizia straziante e inaspettata: la moglie e madre della bambina ha infatti perso la vita poco dopo il parto per complicazioni.
Distrutto dal dolore, Matt deve ora capire come gestire una situazione non semplice e superare quel lutto che mai e poi mai si sarebbe aspettato di dover affrontare. Nelle prime settimane l'aiuto dei suoi genitori si rivela fondamentale, con il protagonista che si trasferisce momentaneamente insieme alla piccola nella casa di famiglia.
Ma Matt sa che il desiderio della compagna scomparsa sarebbe stato quello di vedere Maddy crescere in una casa tutta sua, accudita esclusivamente dall'amore paterno. Prende così una decisione difficile, affrontando mille difficoltàe ritrovando la voglia di amare con il passare del tempo.

Il film che non ti aspetti

Il primo fotogramma, con il protagonista che pronuncia la frase "è uno schifo" al discorso per il funerale, già ci fa capire l'entità della tragedia che sarà velocemente svelata nel corso del prologo. La cerimonia funebre con molti invitati si alterna a brevi flashback, per poi raccontare meglio la genesi del racconto. Date le premesse ci si dovrebbe attendere un melodramma strappalacrime all'inverosimile, il nuovo original del catalogo Netflix invece riesce a variare progressivamente le sue carte narrative e atmosferiche e dopo un inizio ovviamente più triste e melanconico alterna i toni, con alcune battute tragicomiche e una ricerca dell'humor gradevole, nei momenti ovviamente meno crudi della storia.
Un padre è un'impresa di tutto rispetto del regista Paul Weitz, che dopo lo stile frammentario procede per una trama lineare nel seguire la crescita della piccola Maddy e la vita di Matt, alla costante ricerca di un proprio equilibrio interiore che gli permetta di occuparsi nel modo migliore di sua figlia.

Crescere

Quando questa ha raggiunto un'età da bambina, in grado di camminare e parlare agevolmente con gli altri, il film si evolve ulteriormente e permette l'entrata in scena di nuovi, fondamentali, personaggi. Matt comprende di non poter fare tutto da solo e chiede in diverse occasioni aiuto alla propria famiglia e la comparsa di una donna nella sua vita apre ad altre dinamiche, per un nuovo possibile inizio carico di speranza.
Il risultato è un'opera ricca di sfaccettature, che ci trascina prima negli abissi della perdita per poi riportare a galla i personaggi con delicatezza e verosimiglianza, un merito non da poco in un genere che spesso si affida a valanghe di retorica per portare lo spettatore a una commozione gratuita: qui tutto appare sincero e genuino e permette di immedesimarsi ancora di più nella vicenda.
Una parola va spesa sicuramente per gli attori: la giovanissima Melody Hurd, interprete della Maddy cresciuta, è fresca e naturale come il fanciullesco ruolo richiedeva, mentre Kevin Hart sfodera inedite note drammatiche che potrebbero garantirgli diverse candidature alla prossima stagione dei premi e far cambiare idea sulle sue potenzialità attoriali ai tanti detrattori.

Un padre Un ipotetico inno al dolore che si trasforma in una creatura ibrida, in un'essenza ricca di suggestioni e atmosfere che a fine visione lascia impresso qualcosa nello spettatore. Un padre vede per protagonista un giovane afroamericano che, pochi secondi dopo aver assistito alla nascita della sua prima figlia, scopre con orrore e dolore che la moglie è morta dopo il parto. Superare una perdita così improvvisa e crescere da solo una bambina, quale è la strada giusta da seguire? Lo scoprirà il pubblico con lo scorrere dei minuti e la maturazione dei personaggi coincide con un racconto che gioca con incredibile sensibilità su toni tragicomici, trovando una varietà di stili che schiva sempre la lacrima facile in favore di una costruzione sincera e verosimile della vicenda. Un film da guardare senza farsi distrarre dalla cupa premessa, perché i centodieci minuti di visione dicono ben altro.

7

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