Pacific Rim, la recensione del kolossal “robotico” di Guillermo del Toro

Guillermo del Toro, robottoni e mostri intergalattici: una miscela esplosiva che sa quasi di capolavoro. La recensione di Pacific Rim.

recensione Pacific Rim, la recensione del kolossal “robotico” di Guillermo del Toro
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“Se combatti per un domani, il momento è giunto” recita la sigla iniziale di Getter Robot - The Last Day on Earth: uno dei tanti 'robottoni' di Go Nagai e probabilmente uno di quelli più catastrofici e votati all'epicità.
Epicità che è sicuramente un leitmotiv dell'animazione robotica giapponese, che da decenni imperversa anche fuori dai confini del Paese del Sol Levante con discreto successo e, a volte, creando anche dei casi “leggendari”. Come Neon Genesis Evangelion, sulla cresta dell'onda ormai da una ventina d'anni, o come Goldrake, portabandiera dell'invasione nipponica nel Belpaese e 'padre spirituale' di tanti figli della cosiddetta “Goldrake Generation” ovvero di coloro che, nel corso degli anni '80, hanno visto il proliferare del genere prima sulle reti RAI e poi, successivamente, sulla miriade di emittenti locali che han trasmesso Il Grande Mazinga, Jeeg Robot d'Acciaio, Voltron, Daitarn III e innumerevoli altri anime a tema.
In un certo senso, è proprio a coloro che oggi hanno tra i 30 e i 45 anni che idealmente Guillermo del Toro propone il suo nuovo film, Pacific Rim, dato il concept stesso della pellicola e i vari rimandi “da lacrimuccia” ai vari classici. Ma non siamo dalle parti del semplice amarcord settoriale, dato che PR è un film profondamente moderno e attuale, con tutte le carte in regola per ammaliare i giovanissimi che, magari, hanno conosciuto i robot giapponesi solo tramite i Transformers di Michael Bay.

To fight monsters, we created monsters

Estate 2013: dalle profondità dell'Oceano Pacifico arriva, del tutto inaspettato, l'attacco di una misteriosa, gigantesca ed efferata creatura anfibia, che distrugge tutto ciò che incontra. L'attacco si rivolge alle città costiere del Pacifico mettendole in ginocchio una dopo l'altra. Il genere umano reagisce mettendo da parte le proprie ataviche rivalità e investendo risorse nello Jaeger Program, volto a creare innovative macchine da guerra destinate alla lotta contro i mostri, da allora denominati Kaiju. La guerra procede senza sosta con fasi di alterne fortune: nel frattempo i piloti di Jaeger diventano eroi mondiali e l'umanità accarezza nuovamente la speranza. Fin quando, dopo anni di estenuanti combattimenti, i Kaiju sembrano aver imparato a controbattere i robot terrestri e le opzioni rimaste alla Pan Pacific Defense Corps diventano esigue: solo quattro gli Jaeger ancora utilizzabili, con un manipolo di temerari piloti a bordo. Due di loro, una giovane, dotata ma problematica recluta (la giapponese Mako Mori) e un veterano che porta sulle spalle un grosso fallimento (l'americano Raleigh Becket) si ritroveranno ad essere l'ago della bilancia nel conflitto, che volge oramai al termine. È l'ora della verità, senza mezze misure: salvezza o estinzione?

This was our last stand and we knew it

Di film con devastazioni apocalittiche più o meno naturali e a loro modo spettacolari, negli ultimi anni, ne abbiamo visti fin troppi. Da un lato, il filone catastrofico derivato dalle profezie Maya; da un altro, operazioni come i vari Transformers e Battleship; e infine i tanti cinecomic susseguitisi negli ultimi tempi, in molti dei quali sono presenti città squassate da attacchi mostruosi o alieni.
Non è quindi la semplice e catartica voglia di “distruzione su schermo”, oramai più che appagata con tante altre pellicole, che ci spinge al cinema per vedere Pacific Rim, quanto il desiderio di gustarsi un monster movie 'genuino' e aderente al canone primigenio, naturalmente sposato al concetto dei “Super Robot” che da sempre gli va a braccetto. Sono anni che assistiamo a sortite e camei dei kaiju nei film hollywoodiani, ma si tratta praticamente sempre di omaggi all'eridità di Ishirō Honda (si pensi a Frankenweenie o Crank: High Voltage) senza che ci sia la voglia o la possibilità di andare 'oltre'.
E i 'robottoni' di Michael Bay, di contro, sono esseri senzienti, di fatto alieni cybernetici, più che robot comandati dall'uomo come nella tradizione inaugurata da Yokoyama, Nagai & co.
Inutile negare che l'idea di base di un mostrone intergalattico preso a sprangate -perdipiù con una petroliera usata in guisa di mazza!- da un robot alto 90 metri fa urlare di gioia il bimbo che è in noi.
E chi se ne frega della verosimiglianza, del cinema d'autore, dei messaggi profondi, verrebbe da dire. Quello che conta è l'esaltazione, la coronazione dei nostri sogni infantili, il potersi esaltare davanti ad uno schermo cinematografico come e più di quanto fatto davanti alla tv tanti anni fa con Mazinga Z che combatte i vari Garada K7 o Genocider F9.

Today, we are cancelling the apocalypse

Eppure, ecco arrivare la sorpresa. Il film è diretto con un'attenzione e una cura al dettaglio maniacale, che non lo rendono solo divertente ma sinceramente epico, dato che del Toro e lo sceneggiatore Travis Beacham hanno palesemente non solo guardato al cinema e all'animazione di genere ma l'hanno assorbita e compresa, riuscendo ad infonderne le caratteristiche alla loro opera in un modo che va decisamente oltre la semplice citazione.
C'è la situazione disperata, la lotta, la tenacia, la fratellanza, il sacrificio, la vittoria che trascende dal risultato finale. Un tipo di epicità riconoscibile e universalmente apprezzata, alla base del successo di molti anime e manga, insieme alla 'cazzutaggine' insita nei robottoni, nelle loro armi e nei loro piloti.
Le influenze sono assolutamente palesi, e tantissime: oltre a Godzilla e confratelli, ogni elemento del puzzle è riconducibile ora a Evangelion, ora a Super Robot 28, ora a Dai-Guard e ancora Gakeen e I-zenborg, e così via in un crescendo di rimandi impossibili da non notare. Ma in tutto questo trovano posto anche le fascinazioni lovecraftiane (immancabili nell'immaginario di del Toro) e un pizzico di Stelle & Strisce, con strizzatine d'occhio al Michael Bay d'annata (Armageddon), a Ronald Emmerich, a Top Gun, a Robot Jox, a L'Incredibile Hulk. Una miscela il cui dosaggio ha dell'incredibile. È una formula che il regista messicano utilizza sempre nei suoi film, ma che perfeziona in questa occasione: una formula che gli permette inoltre di inserire personaggi e situazioni divertenti senza che siano fuori dal contesto o dal personaggio e senza abbassare il tono del film. Cosa che spesso non riesce nei 'seriosi' film tratti dai fumetti DC o nei più 'solari' cinecomic Marvel Studios, non bilanciati come i due Hellboy e questo 'megafumettone' solo in teoria originale ma in realtà frutto di un'elaborazione attenta di elementi conosciuti, messi assieme con tanta, tantissima e amorevole cura.

Let’s go fishin'

E se le situazioni e le battute divertenti non si esauriscono una volta esternatele ma fanno da collante al contesto, così come i personaggi che sono sì stereotipi ma mai macchiette, è merito principalmente di un copione asciutto ma al contempo mai parco di momenti memorabili, che si accontenta di una durata dignitosa ma non eccessiva, a differenza di molti altri blockbuster attuali inutilmente lunghi. Essere concisi e diretti come nell'ottimo prologo della vicenda non è da tutti, e quindi la sceneggiatura di Pacific Rim dovrebbe, a nostro parere, servire da spunto e modello per molti altri autori che spesso strafanno con risultati che tradiscono le premesse. È chiaro che stiamo sempre parlando di un film di fantascienza spettacolare e non di un qualcosa che ha pretese di veridicità o realismo, ma è molto più 'credibile' lo svolgimento della battaglia tra Kaiju e Jaeger di molti altri osannatissimi film recenti inficiati, però, da ironia fine a se stessa e clamorosi buchi di sceneggiatura. Certo, se il film funziona è grazie alla mano ferma di del Toro: ma c'è da sottolineare anche la resa degli interpreti, perfettamente aderente al canone dei loro personaggi, misurata eppure, spesso, irresistibile (Perlman ha una presenza scenica pari a quella dei personaggi più noti di Robert Downey Jr. o Johnny Depp senza, però, un'eccessiva ostentazione: grande Ron!). Un ottimo trampolino per Hunnam e la Kikuchi, sicuramente, e una riconferma di livello per Elba, qui torreggiante leader.

Two thousand five hundred tons of awesome

E dopo aver appurato la bontà dello script, eccoci arrivare alla parte più squisitamente tecnica: lo spettacolo visivo. Premettiamo che abbiamo avuto la fortuna di essere tra i pochi giornalisti italiani ad averlo potuto vedere, in anteprima, non solo in 3D ma anche in IMAX. Uno spettacolo unico. Il formato IMAX valorizza la resa scenica e le proporzioni di robot e mostri, sempre particolarmente curate e costantemente valorizzate dall'accostamento di altri elementi “in scala” e, complice la stereoscopia, rende l'immersione nell'azione totale. Il 3D, pur non essendo nativo (e si vede nella composizione e strutturazione delle scene), non è un effetto 'fasullo' come in quasi tutte le riconversioni e, purtroppo, anche in diversi prodotti nati per essere in tre dimensioni. La conversione è durata qualcosa come 40 settimane ed è stata realizzata in maniera certosina, valorizzando gli elementi atmosferici, le luci, i particolari dei giganti su schermo, senza inficiarne le proporzioni.
Le paure che lo stesso del Toro aveva nei confronti di questa tecnica svaniscono e il trattamento è solo il coronamento di una tecnologia d'avanguardia che, esattamente come per il versante della storia, prende il meglio dal passato portando l'asticella un po' più in su. La spettacolarità degli ambienti e degli effetti, pur presentando poco o nulla di originale, è garantita, sotto una direzione artistica ben precisa e rivolta verso toni accesi e spettacolari ma al contempo mai confusi, anche durante le battaglie più concitate, combattute tra l'altro in condizioni di visibilità decisamente difficili (magari di notte, in mare, in mezzo alla tempesta). Insomma: investite nel cinema migliore della vostra zona e non resterete delusi. Anche perché, per una volta, il trailer non mostra tutte le scene più spettacolari: quando penserete che non c'è più altro da mostrare, del Toro sfodererà un'arma o una situazione ancora più accattivante in grado di far salire il “fomento-meter” di ogni fan. Anche se, alla fine, non si gioca tutte le sue carte: molte altre erano le possibilità (robot volanti o componibili, ad esempio) ma sono state tenute in serbo per probabili sequel o spin-off (e attenti alla scena dopo i titoli di coda!).
A chiudere il cerchio arriva la colonna sonora, sempre puntuale, ricca di enfasi, dalle sonorità multiculturali ed epiche, ad opera di Ramin Djawadi, già autore delle musiche di Iron Man e Game of Thrones, che per l'occasione si serve anche dell'ausilio del mitico Tom Morello e della sua chitarra.

Pacific Rim Se dovessimo valutarlo solo in quanto “film da nerd” Pacific Rim prenderebbe 11/10. È come se il sistema neurale che usano i piloti di Pacific Rim per interfacciarsi fra loro, il DRIFT, fosse stato usato per collegare tra loro le menti dei vari Nagai, Anno, Yokoyama, Tomino, Ishikawa, Kawamori e creare l'amalgama perfetto delle loro opere. Divertente, esaltante, epico, senza sbavature, e sempre spettacolare. Batte sul campo praticamente ogni concorrente del genere, realizzando i sogni di ogni trenta/quarantenne cresciuto coi robottoni in tv (e che magari continua ancora ad apprezzare anime e manga) ma al contempo appagando anche gli spettatori più giovani. Quelli che, oggettivamente, non gli fanno raggiungere il perfect score sono, più che difetti, dei semplici limiti. Innanzitutto è un blockbuster, e per definizione risulterà indigesto a chi nel cinema cerca significati profondi e presunte “visioni d'autore”. Attenzione però: anche per realizzare un intrattenimento che parla al cuore c'è bisogno di una visione artistica di tutto rispetto, che qui è presente e in forze. Poi c'è da ammettere che, di veramente originale, c'è ben poco, dalla storia di fondo, alle origini dei Kaiju alla caratterizzazione di personaggi, mostri e robot. Non inventa (e nemmeno reinventa) praticamente nulla. Ma anche qui, la differenza tra “scopiazzatura” e “ispirazione/omaggio andata a buon fine” è palese. Infine, non c'è il ricco sottotesto socio-politico o introspettivo rintracciabile in molti esponenti nipponici del genere. Il tutto è semplificato a uso e consumo del pubblico generalista, con messaggi valenti e significativi di speranza, tenacia, ecologia e comprensione reciproca, ma quasi sempre palesati in maniera a dir poco sfacciata tramite caratterizzazioni azzeccate ed efficaci ma che lasciano ben poco all'immaginazione. Talmente tanto che, curiosamente, è più facile affezionarsi ai personaggi di contorno che ai protagonisti, decisamente stereotipati ma, anche per questo, familiari e benvoluti. Non difetti, dunque, ma limiti: siamo esseri umani, in fondo. E, in fondo, chissenefrega: Pacific Rim esalta come pochi altri film. È il nirvana per un anime fan, e tanto ci basta. Ode a Guillermo del Toro, che è riuscito là dove molti altri hanno fallito.

9.5

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