Recensione Outcast

Nicolas Cage e Hayden Christensen nell'avventura esotica diretta da Nick Powell

recensione Outcast
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Che Nicolas Cage abbia un certo feticismo per la figura dei templari non è più un segreto: dopo il dittico di Nation Treasure e il discreto L'ultimo dei templari, il nipote di Francis Ford Coppola si trova nuovamente a impersonare un guerriero di Cristo nell'esordio alla regia di Nick Powell, stuntman di successo (tra le sue collaborazioni passate spiccano quelle per Braveheart, GoldenEye e L'ultimo samurai). Da buon appassionato di arti marziali il novello regista ha deciso di ambientare la sua opera prima in Cina, cercando di ibridare le classiche produzioni in costume del profondo est con un sano gusto artigianale tipico dei b-movie a stelle e strisce. Oltre a Cage, sfruttato soltanto in un ruolo secondario anche se abbastanza corposo, il cast di Outcast annovera l'ex Anakin Skywalker Hayden Christensen nei panni del protagonista e volti d'Oriente più e meno conosciutii tra i quali Andy On (True Legend, Cold War) e la giovane Yifei Liu (Il regno proibito).

Outcast

In Outcast il re vuole mettere sul trono come suo successore il figlio più giovane Qiang, appena adolescente, ma il fratello maggiore Shing, esperto combattente assetato di sangue, relcama per sé la corona uccidendo il padre e incolpando del delitto proprio Qiang, ora costretto alla fuga insieme alla sorella Lian. Mentre stanno scappando i due giovani fuggiaschi vengono salvati dall'intervento di Jacob, un cavaliere crociato trasferitosi in Cina dopo i massacri compiuti in Medio Oriente e arso dal rimorso per le gesta compiute nella "guerra santa". In aiuto dell'insolito terzetto (al quale si è aggiunta nel frattempo una giovane orfana) si schiererà anche il "Fantasma Bianco", un fuorilegge ricercato da tempo nonché vecchio commilitone e amico di Jacob.

In the name of the king

Outcast funziona a fasi alterne: se alcuni momenti riescono a trasmettere una buona dose di adrenalina, seppur nella loro scontatezza, altrove la narrazione è pregna di un'ingenuità di fondo sin troppo elementare che annulla quasi del tutto il sottotesto epico. Powell accetta furbescamente un'interpretazione di stampo chiaramente occidentale, escludendo qualsiasi istinto wuxia e concentrandosi su una gestione dell'azione più rozza e diretta. Se gli stunt (e visto il passato del regista non ci si poteva aspettare diversamente) rimangono di discreta qualità (nonostante alcuni "errori" banali soprattutto nei minuti finali), a mancare è una solida impronta empatica: difficile immedesimarsi col protagonista, nonostante i tormenti interiori che avrebbero meritato una miglior caratterizzazione dello stesso. Con una discreta cura per le ambientazioni e una colonna sonora di buon impatto, il film avrebbe anche potuto funzionare come discreto titolo di genere se non fosse per interpretazioni ai minimi storici. Escludendo la, seppur commercialmente comprensibile, scelta di far parlare anche ai personaggi cinesi un perfetto inglese, il carisma degli interpreti non si solleva mai da un'apparente svogliatezza, a cominciare dallo stesso Christensen in un clamoroso caso di miscasting. Sembra quasi ironico il fatto che la figura più riuscita sia il fuorilegge "scult" di Nicolas Cage, calatosi con un'ammirabile dovizia in una parte che rischia di sfociare a più riprese nel ridicolo involontario.

Outcast In Outcast due cavalieri templari divorati dai rimorsi del passato si ergono a protezione di un giovane re in fuga. In questa produzione ambientata in Cina il regista Nick Powell opta per un solido artigianato da b-movie per le scene d'azione, salvando il salvabile di una sceneggiatura forzata e ingenua e trovandosi alla prese con un cast poco convincente nel quale si erge un discreto Cage nell'ennesimo ruolo scult della sua recente carriera.

5

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