Recensione Ouija

Diaboliche presenze per l'effettista Stiles White, alle prese con il suo primo lungometraggio

recensione Ouija
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Con ogni probabilità, gli spettatori più giovani (almeno quelli molto attenti anche alle meno celebrate uscite cinematografiche) ricorderanno quel Long time dead che, diretto nel 2002 da Marcus Adams, si svolgeva in Inghilterra per raccontare la mattanza ai danni di un gruppo di ragazzi che avevano finito con l'evocare per errore un jinn, ovvero uno spirito arabo di fuoco, tramite il ricorso ad una tavoletta Ouija.
Ma non fu la prima produzione di celluloide a sfruttare quel diabolico strumento che, corredato da un indicatore mobile chiamato planchette, riportante i numeri da zero a nove e tutte le lettere dell'alfabeto, viene tirato in ballo, appunto, per le sedute spiritiche.
Già nel 1986, infatti, Kevin S. Tenney ne fece l'elemento portante dello Spiritika che, incentrato su una pericolosa presenza richiamata dalla protagonista Linda, ha anche avuto - rispettivamente sette e nove anni dopo - i sequel Spiritika 2 - Il gioco del diavolo e A letto con il demonio, il primo a firma dello stesso regista, il secondo con Peter Svatek dietro la macchina da presa.
Quindi, non tarda a manifestare i connotati di una rilettura in chiave giovanilistica della saga tenneyana il primo lungometraggio realizzato da Stiles White, effettista dalla lunga carriera che vanta, però, anche un piccolo curriculum di sceneggiatore horror (Boogeyman - L'uomo nero di Stephen Kay e The possession di Ole Bornedal, tra gli altri).

Sbattute di spirito

Perché, a seguito di un prologo che promette decisamente bene, al centro della circa ora e mezza di visione abbiamo la Olivia Cooke de Le origini del male, Ana Coto, il Douglas Smith di Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il mare dei mostri e i televisivi Daren Kagasoff e Bianca A. Santos che, nel tentativo di mettersi in contatto con l'amica Shelley Hennig, a quanto pare morta suicida, arrivano a risvegliare, ovviamente, gli oscuri poteri dell'antica tavola utilizzata per l'occasione. Il massacro, però, non avviene in maniera immediata, in quanto, prima di cominciare a mostrare labbra cucite e tragiche cadute, l'elaborato provvede a costruirsi su una lunga e lenta attesa tempestata di segnali premonitori e spaventi improvvisi garantiti dal sempreverde utilizzo del sonoro.
Lunga e lenta attesa impreziosita da una per nulla disprezzabile confezione tecnica, man mano che qualcuno implora la combriccola di sbarazzarsi dell'inquietante "aggeggio" e che fa la sua entrata in scena una Lin"Insidious"Shaye a conoscenza di uno spaventoso passato.
Peccato che lo sviluppo della vicenda impieghi troppo tempo a decollare e, proprio quando decide di farlo, sfoderi una mancanza di originalità tale da spingere il pubblico a chiedersi quale sia l'utilità dell'elaborato in questione.
Solo per profani del filone e paurosi cronici.

Ouija Prodotto, tra gli altri, dalla Platinum Dunes di Michael Bay, cui si devono i remake di Non aprite quella porta e Venerdì 13, in collaborazione con la Blumhouse Productions di Jason Blum, finanziatrice di saghe di successo quali Paranormal Activity, Insidious e The purge, l’esordio registico per lo sceneggiatore ed effettista Stiles White si presenta, in fin dei conti, in maniera tutt'altro che distante da un derivato della trilogia Spiritika, iniziata nel 1986. D’altra parte, considerata la grande influenza che il cinema dell’orrore degli anni Ottanta sembra aver cominciato ad esercitare nei confronti degli elaborati appartenenti allo stesso genere sfornati nel XXI secolo, non ci sarebbe neanche da stupirsi... peccato, però, che, al di là della buona confezione tecnica e della lodevole prova sfoggiata dai giovani componenti del cast, Ouija da un lato tenda a perdersi in inutili lungaggini narrative, dall'altro non offra praticamente nulla di originale nei pochi momenti in cui vengono seminati cadaveri.

5.5

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