Recensione Orphan

C'è qualcosa di sbagliato nella piccola Esther...

Recensione Orphan
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Terzo lungometraggio per Jaume Collet-Serra, regista già del non certo memorabile remake de La maschera di cera. Dal punto di vista mediatico, almeno Oltreoceano, il film ha suscitato diverse polemiche di carattere etico. La trama infatti, che a breve andremo ad esporre, metterebbe sotto cattiva luce gli orfani in attesa d'affidamento. Addirittura le associazioni per la tutela delle adozioni hanno avviato una campagna la cui eco è giunta alle porte del parlamento americano, chiedendo alla Warner Bros di donare parte degli incassi agli orfanotrofi, e generando pubblicità involontario all'"oggetto della critica", dimenticando forse che si tratta pur sempre di pura finzione. Si sa che gli scandali, provocati o meno, attirano sempre l'interesse del pubblico: ora il quesito è se questo è ben riposto e se oltre alla presunta accusa ci si trovi davanti o meno a una pellicola di degno livello. Fatte le dovute premesse, forse più legate al mondo dei salotti benpensanti che a quello prettamente cinefilo, andiamo a scoprire se Orphan (prodotto dalla Appian Way Production Company di Leonardo di Caprio) ha davvero qualcosa da dire o si tratta dell'ennesimo fuoco di paglia proveniente dal florido mercato horror a stelle e strisce.
Pur essendo presentata come una vicenda "terrificante e disturbante", questi due fattori si limitano soprattutto alla componente psicologica. Infatti la parte orrorifica si concentra soprattutto sul fattore suspence, evitando violenze gratuite o istinti splatter. Tralasciando perciò il filone del sangue a fiotti e della paura omnipresente, la storia si concentra sulla componente emotiva che riguarda le vite dei protagonisti. Kate (Vera Farmiga) e John (Peter Sarsgaard) sono sposati da anni e hanno due bambini, Daniel (Jimmy Bennett) e la piccola Max (Aryana Engineer), sordomuta. La coppia ha anche perso una terza figlia, morta prima di nascere nel grembo materno. Per volontà di Kate, ossessionata da incubi riguardanti il suo passato e uscita da poco dal tunnel dell'alcoolismo, i due coniugi decidono di adottare un'orfana. La scelta cade su Esther (Isabelle Fuhrman), di nove anni e di origini russe, che ha perso i genitori in un spaventoso incendio. La nuova arrivata, dall'intelligenza fuori dalla media per la sua età, dopo un iniziale ambientamento comincia a comportarsi stranamente. Odiata dal fratellastro, instaura un rapporto di superiorità e comando verso Max, e fa di tutto per mettere in crisi il rapporto tra John e Kate. Inoltre la violenza sembra seguirla ovunque, memore di un passato oscuro e misterioso che Kate cercherà di scoprire per salvaguardiare la vita dei suoi cari.

La paura fa 90...ancora una volta

Inizialmente intrigante, ma prevedibile il film di Collet-Serra non riesce a coinvolgere lo spettatore per tutta la sua durata. Il colpo di scena finale è abbastanza originale, nonostante gli ultimi secondi scadano nel più prevedibile, nonchè pacchiano, dei "the end". La mano del regista è palpabile a tratti, ma gli va dato atto che, pur abusando di situazioni banali e figlie di clichè sfrutatissimi (apparizioni improvvise, giochi di specchi, etc), mantiene il livello di tensione su livelli accettabili. Grande merito alla strepitosa prova di Isabelle Fuhrman (Hounddog), davvero inquietante nei panni della disturbata protagonista, capace di passare dallo sguardo innocente al sorriso diabolico in un batter d'occhio. A tenerle testa la brava Vera Farmiga (Joshua), brava nel caratterizzare un personaggio complesso senza mai eccedere. La pellicola, nel complesso, risulta un insieme di alti e bassi, di trovate più o meno riuscite. In particolare il rapporto coniugale tra Kate e John è il vero anello debole della sceneggiatura: anche con la crisi che stanno passando, è improbabile l'ingenuità dell'uomo, che finisce per credere in tutto e per tutto Esther a discapito della moglie. Proprio questo fattore disturba la credibilità, già non proprio alle stelle della vicenda, provocando stupite domande. Allo stesso modo è difficile pensare che nessun dubbio sia mai sorto sul passato della "diabolica" bambina, già alle prese con avvenimenti misteriosi negli anni precedenti. Le motivazioni che la spingono a tali efferate gesta sono malamente accennate, e avrebbero meritato una maggiore introspezione. Si nota perciò una dolorosa forzatura che ha portato a un plot che inquieta ma non soddisfa tutte le aspettative balenate ad inizio visione.

Il travestimento della Bestia

La lista dei bambini che hanno tormentato le notte degli spettatori è numerosa: dal recente Joshua, alle gemelle di Shining e il bambino di Omen (sempre e solo l'originale), alla "umidiccia" Samara di The Ring (o Ringu che dir si voglia). L'Esther di Orphan, pur rimarcando la bravura della giovanissima attrice, non rimane impressa negli incubi del pubblico, e finisce ben presto per essere dimenticata. La domanda vera e propria è a quale pubblico sia rivolto un prodotto del genere, se ai smaliziati fan del thriller (abituati a ben altri intrighi) o ai cultori della paura su celluloide (che qui tireranno più di qualche sbadiglio). Ponte tra due mondi, ma non troppo solido, Orphan è un prodotto canonico, non disprezzabile e superiore a molti altri lavori di genere, ma non ha quel qualcosa che lo distingua brillantemente dalla massa. Paradossalmente orfano di quella personalità che avrebbe garantito alla pellicola un giudizio migliore.

Orphan Non bastano le due buone prove delle interpreti femminili a salvare un film appena onesto, e il cui inquietante inizio avrebbe fatto presagire ben altri risultati. Poco pauroso nella sua vena horror, Orphan recupera con una discreta suspence che permette di arrivare alla fine senza strapparsi le budella, ma che comunque non eleva il prodotto sopra la media. La vicenda arriva a un'evoluzione alquanto surreale nei minuti finali, davvero troppo per un lavoro il cui scopo era inquietare proprio per la macabra attinenza alla presunta realtà. Troppo in troppo poco, il luccichio dello scandalo facile ha forse annebbiato la mano del regista e creato un prodotto soltanto vedibile piuttosto che memorabile.

5.5

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