Once Upon a Deadpool, la recensione: un Mercenario non così Chiacchierone

Il film con protagonisti Ryan Reynolds e Josh Brolin perde appeal e grinta nella sua versione PG-13, come purtroppo prevedibile.

recensione Once Upon a Deadpool, la recensione: un Mercenario non così Chiacchierone
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Forse perché si trattava del periodo natalizio, forse perché sempre di guadagno facile si parla, dopo il successo di Deadpool 2 la Fox ha deciso di raccontarsi una favola. Sdraiatasi sugli allori profumati, un po' assopita e assoggettate alle idee di Ryan Reynolds, la società ha infatti cominciato a pensare a un film sul Mercenario Chiacchierone che non fosse Rated-R, cioè vietato ai minori; che potesse raggiungere fette di pubblico ben più ampie e quindi rientrare nel piccolo ammanco d'incasso creatosi in relazione al primo capitolo.
Seguendo allora il consiglio e quella che sembrava una brillante intuizione di Reynolds, la Fox ha pensato di riprendere in mano il film di David Leitch e rimontarlo a dovere, aggiungendo un sottotesto piuttosto assurdo per rendere il prodotto contemporaneamente un titolo di Natale e un film PG-13. È così venuto fuori questo Once Upon a Deadpool, che già dal titolo ricorda la classica impostazione da favola, che è poi quello che vorrebbe essere: un racconto divertito e meno scriteriato alla ricerca di chissà quale morale in un mondo del tutto folle e censurato a dovere. Il risultato? Un lavoro dalla personalità castrata che parla a un pubblico più giovane del solito.

Bip, please!

Storia, personaggi e contenuto di Once Upon a Deadpool sono praticamente gli stessi del riuscito Deadpool 2: Cable (Josh Brolin) viaggia indietro nel tempo per una missione assassina, Deadpool cerca di contrastarlo e showdown, scene d'azione e relazioni tra i personaggi sono uguali. A cambiare è la forma, rimodellata per non impressionare i bambini americani ai quali è rivolto, ed è importante sottolineare americani, perché in Italia Deadpool e Deadpool 2 sono usciti senza alcun divieto particolare. Il senso di un simile progetto si trova infatti tutto nella volontà della produzione di rendere più aperto e fruibile il franchise ai più piccoli (ma non troppo), anche se la verità è che un film come Once Upon a Deadpool è forse un errore che non dovrebbe più ripetersi, lo stesso che dovrebbe assicurare negli anni a venire un vietato ai minori marchiato a fuoco nell'intelaiatura narrativa dei futuri capitoli targati Disney.
Trattandosi dello stesso identico film sembra assurdo parlarne in questi termini, ma tant'è: Once Upon a Deadpool è un film nato da un fastidioso capriccio assecondato dai produttori. Dell'identità del Mercenario Chiacchierone rimane poco, visto che il buon Wade Wilson trova la sua consacrazione nello sproloquio, nella violenza gratuita e nella battuta facile a sfondo sessuale e scorretto. Resta la rottura della quarta parete, il rivolgersi direttamente al pubblico con toni comunque dissacranti; peccato che ogni secondo di quello che era un film riuscito venga costantemente minato da tagli spesso improponibili e da Bip o censure totali al linguaggio specifico del franchise.
Si perde l'essenza dell'opera originale, sempre libera da qualsivoglia imposizione, una raffica di parole, citazioni, commenti e situazioni al limite della demenza e della follia, che in Once Upon a Deadpool risulta invece blanda, inutilizzata.
Curioso comunque come il prodotto non risulti completamente "da scartare", ma questo non per la storia revisionata in chiave censoria, quanto per il nuovo escamotage narrativo che vede al centro del racconto un Deadpool in stile "nonno raccontami una favola" e Fred Savage ragazzino "e perché?".
Come volevasi dimostrare, l'aggiunta di Savage e i vari siparietti che lo vedono al centro del racconto sono godibili e funzionali all'idea del progetto, anche inseriti abbastanza bene nel tessuto narrativo del film, così da adattarsi al nuovo formato. L'idea è quella di raccontare proprio a Savage la storia di Deadpool 2 attraverso toni e accorgimenti dedicati ai bambini, anche se l'attore è ormai cresciuto, perché agli occhi di Wade e del pubblico lui rimarrà sempre il nipotino de La storia fantastica.

Parlando allora a questo "piccolo" dentro, il nostro mercenario mascherato si adopera in una narrazione politically correct, utilizzando personalmente un auto-Bip su se stesso per coprire improperi, scurrilità o parolacce e non corrompere lo sviluppo del Savage-pargolo. È però divertente notare come lo stesso attore sia un contenitore attivo di domande e richieste, il che è a suo modo dissacrante e molto meta-narrativo, pensando che si tratta di un interprete di quarant'anni che finge di essere ancora un bambino; anzi meglio, il Nipote per eccellenza.
Once Upon a Deadpool nasce e muore con questa idea, perché anche l'aggiunta di un minutaggio che non supera i 15 minuti è comunque relegato proprio alle sequenze tra Savage e Deadpool, con qualche sparuta trovata qua e là che però non ha la stessa verve di Deadpool 2.
Di base, un progetto forse superfluo, anche se la volontà di permettere la visione del franchise a un pubblico di palati non maturi gli va in parte riconosciuta. Desiderando di poter essere ammirato da tutti, in questo modo Deadpool ha dimostrato di essere invece reale, positivamente disarmante, senza freni e divertentissimo soltanto nel suo nobile formato Rated-R.

Deadpool 2 Progetto nato per arrivare a un pubblico più giovane in territori dove Deadpool 2 è uscito vietato ai minori, Once Upon a Deadpool si può definire un lavoro tutt'altro che eccezionale. Non perché le scene aggiunte con Fred Savage o i nuovi siparietti tra lui e Wade Wilson non siano divertenti, ma perché alcuni tagli improponibili e una perdita di situazioni e momenti totalmente scorretti minano a fondo l'identità del Mercenario Chiacchierone, che mantiene intatti pochi sproloqui, si auto-Bippa e si censura nella violenza o nella battute migliori. Un autentico dramma, perché tutti questi elementi nobilitano la struttura di un personaggio e di un franchise altrimenti del tutto fallibile, come poi lo stesso Once Upon a Deadpool dimostra.

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