Recensione Oltre il mare

L'estate 'adolescente' di Cesare Fragnelli

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Più che oltre il mare verrebbe da dire stessa spiaggia stesso mare, ovvero un luogo già ampiamente battuto da registi più o meno navigati, più o meno ispirati per analizzare e cristallizzare in immagini il momento fugace dell'adolescenza, che oramai porta i suoi strascichi sin sulla soglia dell'età adulta. Ancora una volta descritta come l'età in cui si cerca il proprio io nel divertimento a tutti i costi, nella sbornia, nello sballo, nel sesso mordi e fuggi finendo poi per sentirsi ancor più disorientati, l'adolescenza di Fragnelli ha i volti comuni e indifferenti di un gruppetto di ragazzi della provincia pugliese che trascorrono la loro estate ‘libertina' in un campeggio di Otranto. Tra di loro il fascinoso e talentato capogruppo, il figlio di papà, il depresso cronico, il comune filibustiere, l'accalorato comunista, e anche una coppia di ragazze felicemente lesbiche (la cui presenza ha ben poca valenza se non quella di dare al film un tocco di sexually-correct). A casa invece restano le ragazze 'etero', inguaribili e imperiture Penelopi dei giorni d'oggi, forti e determinate ma pur sempre appese al filo del telefono, in attesa di un Ulisse che è sempre altrove a rincorrer sirenette. E in questo via vai di dichiarazioni d'amore tanto mielose quanto fasulle, scappatelle conoscitive dal sapore interculturale (sono inglesi ma parlano pure il dialetto), improvvisi arrivi di genitori e fidanzate preoccupati dal silenzio dei loro ‘cuccioli' si vanno delineando i confini di quest'estate di adolescenti allo sbaraglio, ma neanche troppo, solo miseramente privi di qualche guizzo d'intensità in più, di una riflessione audacemente matura, fuori dallo schema del gggiovane vuoto e svuotato di ogni pulsione che non sia sessuale.

Riconoscersi o no, questo è il problema

Il 33enne regista Fragnelli, qui alla sua opera prima, dichiara di aver voluto, con questo film, scattare una fotografia reale e priva di patina dei ragazzi, non di oggi ma di tutti i tempi, così legati all'estemporaneità dell'attimo fuggente, pronti a tradire, fuggire, correre via pur di vivere l'emozione dell'istante. Ma chi può (o vuole) riconoscersi in un ritratto di giovani così superficiali e distaccati, assenti e barcollanti, privi anche di un solo attimo di riflessione privata? A vederli un giorno in spiaggia forse i giovani appaiono davvero così effimeri, ma la loro complessità umana in via di sviluppo dov'è? Trascurata, negletta. Appare plausibile pensare che ai registi faccia comodo pensarli così, i ragazzi, perché addentrarsi nelle complessità umana risulta compito ben più ardimentoso. E allora è più facile gettarsi a capofitto in un film di facile scrittura e lettura, condito di dialoghi banali e situazioni per lo più paradossali, mischiate tra di loro senza un filo conduttore, per poi recuperare tutto in un finale che funga da catalizzatore, che riporti il registro dal profano al sacro, sfruttando un tema serio come quello della morte, capace (infine) di mettere d'accordo tutti. Troppo facile e anche troppo poco funzionale. Il mondo dei ragazzi appare tanto frivolo quanto più al suo interno si nascondono stratificate le complessità. E se pensiamo, tanto per dirne una, all'opera prima di una giovane regista francese (Céline Sciamma) sul tema dell'adolescenza (Naissance des pieuvres), e alla sua capacità di scavare a fondo in quella dolorosa complessità nascosta sotto al sottile velo dell'amicizia e dello sport quale collante sociale, beh allora davvero ci chiediamo com'è possibile che gli stessi giovani siano percepiti e riprodotti in modi così diametralmente opposti. E allora, a pensarci bene, è chiaro che il problema non sta in loro (nei ggiovani), ma sempre nel mondo in cui li si vuol guardare.

Oltre il mare Cesare Fragnelli tenta con la sua opera prima la via della facile rappresentazione del mondo giovanile, ma sono troppe le smagliature narrative e le facili schematizzazioni su cui poggia l’intero film per dare vita a un’opera che abbia qualcosa (di interessante) da dire. Non un guizzo che ci faccia vedere i giovani sotto una luce diversa da quella mostrataci tante volte in pellicole affini. E la catartica estate di un gruppo di adolescenti si trasforma nella ennesima, noiosa cartolina di giovani infelicemente strizzati nello stereotipo. Un lavoro in cui si salvano solo la buona prova di Nicola Nocella (Il figlio più piccolo) e il carismatico prof. Ciampi di Cosimo Cinieri. Con molta onestà Fragnelli ha dichiarato che, a oggi, questo è il film di cui è capace. Va bene. Ma (passatemi il paragone) cosa diremmo a un chirurgo che con il bisturi tremante in mano, prossimo a operare il suo primo paziente, affermi qualcosa di vagamente simile?

5

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