Recensione Oldboy

In attesa del remake di Spike Lee, riscopriamo insieme l'Oldboy originale

Recensione Oldboy
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Oh Dae-su è un uomo qualunque sui 30 anni, sposato e con una figlia piccola. Una sera, dopo aver passato alcune ore in caserma per ubriachezza molesta, viene rilasciato e sta per dirigersi insieme ad un amico fraterno a casa sua, per il compleanno della bambina. Ma durante il tragitto Oh Dae-su scompare misteriosamente senza lasciare traccia. L'uomo si risveglia imprigionato in una stanza, recluso nella più totale solitudine, e passerà tra quelle quattro mura una particolare "detenzione" per quindici lunghissimi anni, durante i quali attraverso lo schermo della televisione deve assistere anche al notiziario che comunica l'avvenuto omicidio della sua compagna, di cui lui (proprio perché irreperibile) viene considerato il maggior sospettato. Quando infine Oh Dae-su viene liberato, per lui la sua unica ragione di vita è capire chi, ma soprattutto per quale motivo, lo ha tenuto rinchiuso per così lungo tempo e ottenere così la sua vendetta. Nelle sue indagini ad aiutarlo vi sarà Mido, la giovane cameriera di un ristorante...

Un vecchio ragazzo

Mr. Vendetta, Oldboy e Lady Vendetta sono i tre tasselli di una delle trilogie più complete e riuscite dello scorso decennio, ma è in particolare proprio con il secondo "episodio" (sdoganato in occidente da Quentin Tarantino, che l'ha definito "il film che avrei voluto dirigere") che il regista coreano Park Chan-wook ha ottenuto fama mondiale, una fama che l'ha portato anche ad Hollywood dove ha esordito recentemente con l'ottimo Stoker. Ora è sempre il cinema americano a prendere esempio dalla sua opera più famosa, con l'imminente arrivo del remake firmato Spike Lee. Occasione buona per ripercorrere insieme, a oltre 10 anni dalla sua realizzazione (e a 8 dalla sua uscita nelle sale italiane) il viaggio raccontato nell'originale.

"Ridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo"

Proprio come uno degli elementi ricorrenti della narrazione, Oldboy è una scatola, un vaso di Pandora che scoperchiato può mostrare le peggiori paure, un gioco ad incastro abile e crudele che ha rivoluzionato l'intero panorama cinematografico del thriller, grazie ad una sceneggiatura (ispirata, con qualche sostanziale differenza, al manga omonimo di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya) ad orologeria che incanala un susseguirsi di colpi di scena, alcuni davvero scioccanti e brutali, sino all'epilogo. Un revenge-movie elaborato e macchiavellico, in cui la verità ha molte facce e anche nella figura dello stesso "villain" troviamo motivi e ragioni forse esasperati, ma non del tutto incomprensibili, legati ad un segreto dimenticato del passato e che pian piano viene svelato. Macigni insostenibili da reggere sulle spalle per i due antagonisti, che rendono una visione a 360 ° del bene e del male, senza bianco o nero, ma con una variegata tonalità di grigi che ben rappresentano le pulsioni più umane. Interessante in questo percorso di vendetta / redenzione la scelta dell'epilogo, in cui la consapevolezza diviene maggiore nello spettatore che nello stesso protagonista, aumentando a dismisura gli spunti di riflessione su tematiche certamente complesse dal punto di vista psicologico. E proprio la violenza, che qui è fattore predominante e necessario, fa più male dal punto di vista introspettivo che da quello fisico/visivo, nonostante alcune scene possano sicuramente turbare gli stomaci più deboli. Park Chan-wook, vero e proprio mago dietro la macchina da presa, inanella una regia rivoluzionaria, regalandoci diverse scene madri visivamente imponenti, la più famosa delle quali rimane senza dubbio il lungo piano sequenza del combattimento nel corridoio, ad oggi tra le scene più di culto del panorama cinematografico del nuovo millennio, senza dimenticare altri momenti ispiratissimi come il flashback nel passato, girato anche questo con un'inventiva ammirevole. Visionario e suadente lo stile del maestro coreano, che non ha paura di osare oltre i limiti della Settima Arte, con coraggio e rispetto, una determinazione quasi pari a quella di Oh Dae-su nella ricerca della verità. Accompagnato da una colonna sonora che affascina e inquieta al contempo, Oldboy è un viaggio bruciante nei più torbidi recessi dell'animo umano, che miscela alla perfezione la componente da action thriller con una carica drammatica di inusitata potenza, che sciocca e conquista, ammalia e distrugge, rapace predatore pronto a lasciar vittime nel suo cammino, in un inferno di rabbia e dolore che forse solo l'oblio può infine cancellare. La stessa fotografia si concentra su tonalità scure, ambientazioni notturne e claustrofobiche, immergendosi magnificamente nelle emozioni dei personaggi, nell'ambiguità degli ispiratissimi dialoghi, nella difficoltà di intravedere un possibile futuro. Choi Min-sik, attore di punta del cinema di Seoul, sforna l'interpretazione che vale una carriera intera (nonostante altre strepitose performance in titoli passati e futuri) ed entra di diritto nella leggenda, offrendoci una prova sofferta e ruggente che rende il tutto ancor più maledettamente credibile.

Oldboy In attesa di vedere se Spike Lee riuscirà a realizzare un remake all'altezza, questa è l'occasione buona per recuperare l'Oldboy originale, sia per i neofiti (che si troveranno davanti a un capolavoro del cinema recente irrinunciabile per chi ami la Settima Arte), sia per chi avesse già visto più e più volte l'opera di Park Chan-wook. Un film maestoso, interpretato magnificamente, che vede il regista coreano dirigere con assoluta maestria e genialità (alcune sequenze sono diventate vero e proprio culto per critica e pubblico) una storia dolorosa, inquietante, violenta e rabbiosa, una storia di vendetta che scava nei più profondi recessi dell'umano essere.

9.5

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