Recensione Oh Boy - Un Caffè a Berlino

Una giornata nell’esistenza di Niko Fischer, in una Berlino dipinta con i toni romantici di un raffinato bianco e nero...

Recensione Oh Boy - Un Caffè a Berlino
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«I read the news today, oh boy, / about a lucky man who made the grade / and though the news was rather sad»: sono i primi versi di A day in the life, la canzone conclusiva dell’album capolavoro dei Beatles Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. E proprio quel “oh boy” sussurrato dalla voce di John Lennon ha ispirato il titolo del lungometraggio d’esordio del regista tedesco Jan Ole Gerster, Oh boy - Un caffè a Berlino: un autentico gioiellino che si è rivelato un piccolo fenomeno in patria, dove ha conquistato sei German Film Award 2012, tra cui i premi per miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura e miglior attore al bravissimo Tom Schilling. È lui, questo ragazzo di trent’anni dallo sguardo limpido e dal viso di una bellezza quasi efebica, il protagonista assoluto di Oh boy: l’intera pellicola, 83 minuti di durata, è costruita infatti (per dirla con i Beatles) attorno ad una giornata nella vita di Niko Fischer, che si fa mantenere a Berlino con i soldi del padre Walter (Ulrich Noethen) anche dopo aver abbandonato gli studi di giurisprudenza. Una giornata trascorsa, fra un incontro e l’altro, nel vano desiderio di una tazza di caffè, che il povero Niko, kafkianamente, non riuscirà ad ottenere...

Il cielo sopra Berlino

Non è difficile rintracciare i modelli ispiratori di Jan Ole Gerster nella costruzione di questa pellicola apparentemente semplice ma attraversata da una grazia ineffabile. Il primo, evidentissimo fin dalla modalità dei titoli di testa, è Woody Allen, di cui il regista 34enne recupera innanzitutto quel sottile e pungente umorismo contrassegnato da un sottofondo malinconico; ma anche, da un punto di vista formale, l’atmosfera straordinariamente romantica e fuori dal tempo (pur senza accademismi di sorta) che riesce a conferire alla città di Berlino, così come Allen ha fatto per decenni con la sua amata New York. Ad accentuare i riferimenti alla filmografia alleniana, e in particolare all’intramontabile Manhattan, c’è poi una magnifica fotografia in bianco e nero a cura di Philipp Kirsamer, nonché la meravigliosa colonna sonora in chiave jazz realizzata dal quartetto The Major Minors, che scandisce i diversi momenti della quotidianità di Niko (mentre il brano dei titoli di coda, Fischer’s song, è cantato dallo stesso Tom Schilling).

Sulle orme di Truffaut

Ed è appunto tale quotidianità, una quotidianità perfino ‘banale’, a determinare il tono minimalista di Oh boy, la sua capacità di cogliere appieno sentimenti e stati d’animo, offrendoci uno sguardo intimo sull’esistenza di un giovane ancora impegnato a scoprire chi è veramente e a stabilire un equilibrio fra le proprie emozioni. Non c’è da stupirsi dunque se il Niko del film, con la sua sensibilità che scivola lieve davanti ai nostri occhi, riporterà alla mente degli spettatori più cinefili alcuni tratti dell’Antoine Doinel impersonato da Jean-Pierre Léaud nelle pellicole di François Truffaut. Lo stesso Jan Ole Gerster, del resto, ha dichiarato di aver fatto tesoro degli insegnamenti e delle suggestioni della Nouvelle Vague, ed il suo amore per quel tipo di cinema trapela in ogni inquadratura di Oh boy; così come trapela la partecipazione, ironica ma al contempo affettuosa e ricolma di tenerezza, nei confronti del protagonista, smarrito fra bizzarre disavventure e alla ricerca di un contatto umano in grado, forse, di acquietare la sua solitudine.

Oh Boy - Un Caffè a Berlino Una giornata nell’esistenza di Niko Fischer, in una Berlino dipinta con i toni romantici di un raffinato bianco e nero su un sottofondo di musica jazz: è Oh boy - Un caffè a Berlino, lo splendido esordio alla regia di Jan Ole Gerster, un autentico gioiello mirabilmente sospeso fra il cinema di Woody Allen e le atmosfere della Nouvelle Vague.

8

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