Ocean's 8, la recensione: otto donne alla corte di Gary Ross

La famigerata famiglia Ocean torna in azione grazie alla sorellina Debbie e al suo team tutto al femminile, al servizio del regista Gary Ross.

recensione Ocean's 8, la recensione: otto donne alla corte di Gary Ross
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Quando nel 2001 Steven Soderbergh ha mostrato al mondo la sua personalissima idea di heist movie con Ocean's Eleven, ispirandosi all'omonimo film di Lewis Milestone del 1960, il mondo criminale è tornato d'improvviso affascinante, elegante, charmant, come direbbero i francesi.
Gran parte del merito va sicuramente dato a un interprete come George Clooney, all'epoca sex symbol fra i più desiderati, in grado di regalare al suo Danny Ocean il giusto mix di intelligenza e ironia, carburante di quella che sarebbe diventata una trilogia a tutti gli effetti.
Con Ocean's Thirteen è in effetti finita la leggenda legata all'incantevole ladro, ma non la sua eredità: secondo Gary Ross, regista e sceneggiatore di Ocean's 8, l'arte della rapina è un "affare di famiglia", che si tramanda quasi geneticamente.
Lo sa bene Debbie Ocean, sorella più giovane del mitico Danny, che entra ed esce di galera per furti più e meno importanti. All'ennesima scarcerazione, la sempre ambigua Debbie ha intenzione di onorare una volta per tutte la memoria del fratello, inscenando il colpo del secolo e sistemandosi per la vita.

Girl Power

Abbiamo dunque già scoperto la prima grande differenza con la serie "ufficiale": la protagonista di questo spin-off è una donna, e non sarà affatto la sola. Nessun grande colpo si può portare a termine in solitaria, persino Lupin III ha i fidati Jigen e Goemon; Debbie Ocean mette in piedi una squadra tutta al femminile, certamente figlia dei tempi in cui viviamo, partendo dalla contrabbandiera d'alcool e socia in affari (loschi) Lou.
Il team finale sarà infine composto da ben sette donne, ognuna specializzata in un particolare campo (come il genere impone), che si avvarrà della complicità inconscia della superficiale modella Daphne Kluger, una sorta di specchietto per le allodole che avrà un ruolo chiave nella rapina.
Certo parliamo pur sempre di uno spin-off della serie Ocean, dunque abbandonate l'idea di vedere "assalti alla diligenza" in stile western, fiumi di sangue e piogge di pallottole. A contraddistinguere lo stile di Debbie Ocean è, come prevedibile, l'intelligenza, la cura maniacale dei dettagli, la pianificazione estrema - con tanto di accessoria vendetta incorporata, simbolo "politico" ben preciso in aria da #MeToo. È però presto per impelagarsi nei temi del film, c'è prima un colpo da organizzare.

Gioielli e diamanti

Nessuna rapina porterebbe la firma Ocean se non venisse realizzata in ambienti affollati, glamour e assolutamente inespugnabili (almeno in apparenza), poiché protetti all'estremo. Quale occasione migliore, dunque, del Met Gala? Uno degli eventi più sfavillanti dell'anno, utile a sostenere finanziariamente il Metropolitan Museum of Art di New York, durante il quale le più grandi star dello spettacolo (ma non solo) fanno sfoggio di abiti e gioielli costosi.
Ecco, gioielli: quanto ne sapete sulla spettacolare collana Toussaint creata da Cartier? Parliamo di un esemplare unico disegnato dalla celebre casa francese nel 1931 per il Maharaja di Nawanagar, realizzato con diamanti bianchi puri. Un gioiello senza tempo dal valore stimato di circa 150 milioni di dollari, "sepolto" nella cassetta di sicurezza di una banca per decenni e ora pronto a rivedere la luce, scortato certo da svariati agenti in assetto antisommossa. Il motivo è presto detto: è stato scelto per finire al collo di Daphne Kluger, la pedina impazzita che Debbie Ocean ha pensato di utilizzare a mo di "corriere", proprio durante il Met Gala a venire.

Politica vs Intrattenimento

Da queste prime battute, avrete certamente capito che l'originalità non è il punto focale di Ocean's 8. Le linee di trama portano ben poco di nuovo al genere, non aiuta neppure la storyline di sfondo che vede Debbie impegnata in una complessa vendetta ai danni di un uomo che, in passato, l'ha tradita senza troppi scrupoli.
Il progetto prende presto, dunque, i tratti di un film "politico" in piena regola, con otto donne di talento che riescono a farla franca di fronte a un branco di uomini incapaci, troppo pieni di loro stessi per accorgersi di ciò che sta accadendo sotto il loro stesso naso. Una tematica molto delicata che arriva in un complesso "dopo Weinstein", che può accogliere o meno il favore del pubblico, non è questo il nodo centrale.


Il vero problema è che tutto questo impianto non è supportato dalla sceneggiatura, che procede lungo binari scontati e già battuti, terreno fertile per una dilagante noia. È infatti difficile trovare all'interno di Ocean's 8 un elemento davvero appassionante, avvincente, che ci tenga stretti alla sedia. Persino il post-rapina, con un improbabile detective dalle sembianze paffute di James Corden, non riesce ad accendere l'interesse dello spettatore, che dovrebbe invece essere in fibrillazione e parteggiare animatamente per le forze dell'ordine o per le ammalianti ladre. Tutto scorre senza scossoni di sorta, per 110 minuti che potevano tranquillamente esser compressi in 90.

Stelle cadenti

La più grande delusione però arriva da quello che sarebbe dovuto essere proprio il punto di forza della produzione: il cast. Per realizzare Ocean's 8 sono state assoldate Sandra Bullock, Cate Blanchett, Anne Hathaway, Mindy Kaling, Sarah Paulson, Awkwafina, Helena Bonham Carter e persino Rihanna, negli inediti panni di un hacker che tutto crea, tutto distrugge.
Nomi di primissima fascia, capaci di rendere emozionante - con un minimo di impegno - anche un'inerme lista della spesa, qui alle prese con una sceneggiatura scontata che non esalta nessun ruolo, anzi fa esattamente l'opposto. Laddove non si perde nell'anonimato, crea danni enormi, impostando la recitazione sulla modalità "macchietta". In questo ritroviamo anche colpe della regia, un Gary Ross per nulla ispirato, e di un doppiaggio italiano che avrebbe meritato sicuramente più attenzione.

Ocean's 8 Ocean's 8 (e la sua protagonista principale) puntava sull'onorare la memoria del caro vecchio Danny Ocean, leggenda della saga originale, ma si è invece trasformato in un banale manifesto "femminista" senza carattere. Non perché sia sbagliato inserire la politica in operazioni simili, anzi, bisogna farlo, però con cognizione di causa, senza dimenticare "tutto il resto". Il resto, in un heist movie, è una minima tensione di base, un racconto accattivante, un piano diabolico assurdo ma verosimile. Anche con marcate sfumature da commedia americana, ma con una forte componente d'intrattenimento accanto, esattamente ciò che aveva fatto Soderbergh in passato. In questo caso neppure otto delle migliori attrici disponibili a Hollywood sono riuscite a risollevare un progetto nato sì con le migliori intenzioni, ma naufragato poi in un mare di banalità affatto originali. L'intelligenza e la classe femminile meritano certamente di meglio.

5

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