La notte del giudizio per sempre, recensione: la saga continua

Il nuovo capitolo della saga scritta da James DeMonaco è un sequel diretto di Election Year ed è ambientato a ridosso della frontiera messicana.

La notte del giudizio per sempre, recensione: la saga continua
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La pandemia da Coronavirus ha avuto molti effetti sull'industria cinematografica, uno dei quali particolarmente interessante pur nella sua ambivalenza. Se da un lato ha dato il là a tutto un filone di instant-movie nati all'interno del contesto della nuova quotidianità riletta alla luce della malattia (con risultati ovviamente alterni, possiamo citare Sesso sfortunato o follie porno, Songbird, Locked Down con Anne Hathaway e anche il nostrano Lockdown all'italiana) dall'altro ha contribuito a smascherare anche l'inefficienza di una serie di film basati interamente sull'attualità. La quale, divenuta vecchia e superata da un giorno all'altro - a causa dei numerosi rinvii molti di questi film non hanno centrato la finestra temporale alla quale erano destinati originariamente - ha scoperchiato spesso e volentieri la vacuità dei prodotti. A questa seconda categoria appartiene, purtroppo, anche La notte del giudizio per sempre.

Una saga lunga ma dal fiato corto

Aggrappata - a eccezione del primo, riuscitissimo e per certi versi geniale capitolo - alla contemporaneità degli Stati Uniti d'America, la saga de La notte del giudizio ha spesso forzato la mano nel tentativo di miscelare le atmosfere da thriller/horror carpenteriano al commento sociopolitico arrabbiato e reazionario.

Alimentato però, quest'ultimo, non tanto da concetti universali, quanto piuttosto dall'attualità, come se le sceneggiature venissero scritte sintonizzandosi direttamente sulle reti dei telegiornali.
Anarchia riguardava la lotta di classe, il titolo di Election Year non lasciava spazio all'immaginazione e il prequel La prima notte del giudizio, uscito nel bel mezzo della presidenza Trump, era basato in larga parte sulle tensioni razziali. Il nuovo episodio, The Forever Purge in originale, sempre prodotto e pensato per essere distribuito sotto l'amministrazione presidenziale precedente a quella di Biden/Harris, si concentra sul tema dell'immigrazione, un punto fondamentale per Trump e i suoi accoliti.
E se da un lato è pressoché ammirevole che un franchise horror a dir poco celebre tenti di solleticare la coscienza politica del pubblico, dall'altro è anche legittimo mettere in dubbio l'efficacia delle sue intenzioni.
In questo episodio, che segue una coppia di immigrati messicani che si stabiliscono in Texas quando un gruppo di estremisti, finito lo sfogo annuale, decidono di continuarlo a oltranza per ripulire gli Stati Uniti da quelli che considerano non-americani, le grandi tematiche prese in esame si piegano sotto la poca serietà con le quali le si approccia.
Non che bisognasse aspettarsi la complessità di un Michael Haneke, ma ancora una volta la premessa è quella di mettere in pericolo attraverso le tipiche situazioni da Sfogo un gruppo di persone che si oppongono a livello ideologico alla mattanza.

Di più non c'è da pretendere e il regista, l'esordiente Everardo Valerio Gou, si limita a mettere in scena le idee di DeMonaco, anche produttore e vero deus ex machina di tutta la saga. E sono proprio le idee, purtroppo, a scarseggiare.
Di buono c'è che è facile fare il tifo per la coppia di protagonisti, interpretati da Ana de la Reguera di Army of the Dead di Zack Snyder e Tenoch Huerta, e il paradosso di chiedere asilo politico al Messico per fuggire dal sogno americano - divenuto un incubo - è una metafora funzionale facile da accettare, per quanto scoperta e urlata.
Qualora il film rappresentasse il vostro primo Sfogo, comunque, potrebbe anche rischiare di catturarvi: il design dei personaggi, che come al solito gioca tanto sulla figura dell'assassino slasher quanto sul concetto della maschera (dietro la quale è facile nascondere la propria vera natura), rimane indubbiamente di grande impatto.

The Forever Purge Il nuovo capitolo uscito al cinema della saga ideata dallo sceneggiatore e regista James DeMonaco, La notte del giudizio per sempre, riprende la narrazione poco dopo gli eventi del terzo episodio, La notte del giudizio: Election Year, ma oltre al suo solito commento politico, basato sui fatti dell’attualità ma questa volta fuori tempo massimo, nel complesso ha poco da aggiungere alle situazioni già viste nei precedenti capitoli. Tuttavia potrebbe fare al caso di chi finora è rimasto a digiuno di Sfoghi vari ed eventuali, e può contare su una buona dose di efficacia visiva data soprattutto dal design dei villain estremisti e mascherati.

5.5

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