Notre-Dame in fiamme Recensione: il film di Annaud non brucia l'anima

Da uno degli eventi che più hanno sconvolto la capitale parigina, una pellicola che punta troppo su spettacolarità e voyeurismo.

Notre-Dame in fiamme Recensione: il film di Annaud non brucia l'anima
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Il fumo sale inesorabile e tutto avvolge e oscura. Le fiamme si fanno sempre più imponenti e il calore pare bruciare la pelle, uscendo dallo schermo per invadere il nostro spazio domestico. Sono passati tre anni da quel pomeriggio del 15 aprile del 2019, ma l'incendio che ha devastato Notre-Dame sembra ancora bruciare nella nostra memoria. Sembrava un film talmente impossibile da accettare e sublimemente angosciante da vedere, e in film quell'immagine si è tramutata. Filtrati dalla macchina da presa di Jean-Jacques Annaud, i muri cadenti, le guglie distrutte e le sirene dei pompieri che invadono le strade di Parigi diventano frammenti di Notre-Dame in fiamme, disponibile adesso su Sky Cinema e NOW. Un viaggio indietro nel tempo, per recuperare, rivivere ed esorcizzare uno dei momenti iconici che ha segnato maggiormente la nostra contemporaneità, dove la presa diretta dei reporter e gli schermi dei cellulari non sono bastati per rendere reale quanto vissuto lungo la Senna.

Nel mondo dell'immagine, dello spettacolo e della sovraesposizione mediatica, per rendere vero un momento di cronaca c'è infatti ancora bisogno della sua traduzione in linguaggio cinematografico. E così, anche Notre-Dame e le fiamme che l'hanno avvolta sono soggette al rimaneggiamento della Settima Arte per rivelarsi in abiti nuovi, ma sempre uguali.

Notre-Dame e il potere del ricordo

Dopotutto l'incendio di Notre-Dame non è stato solo un evento di cronaca, o un dato da inserire negli annali. C'è una portata unica, sociale, culturale e personale, che lo sostiene, esacerbandone l'unicità, il ricordo, il terrore. Una corsa contro il tempo, quella a cui abbiamo assistito, per evitare che ogni frammento di quella cattedrale così unica, così imponente, non crollasse come i ricordi che ognuno di lei riserva.

Testimone di amori pronti a nascere (Sciarada), crescere (Prima del tramonto), bruciare (Il gobbo di Notre-Dame) la cattedrale di Parigi ha fatto capolino nei nostri lasciti mnemonici di spettatori cinematografici attenti, per poi elevarsi a simbolo turistico di un viaggio da ricordare, dimenticare, tenere stretto o lasciare volare via. Senza dimenticare quelli videoludici nei quali Notre-Dame risplende in Assassin's Creed Unity. Si pensa a Parigi e inesorabilmente eccola comparire nella nostra mente, un flash improvviso che nemmeno il fuoco ha distrutto. Eppure, la paura di perdere un capolavoro architettonico come Notre-Dame, e con esso tutti i ricordi, pensieri, speranze con cui l'abbiamo intriso, è stato forte, tangibile, bruciante. Un timore che ha bisogno di essere analizzato, anche nelle sue vesti fittizie di opera cinematografica, per essere assimilato, compreso e superato. Una sigaretta spenta male, degli arbusti secchi portati dai piccioni, le scintille dei cavi elettrici scoperti e un'impalcatura completamente in legno: sono tutte tessere di un domino che probabilmente non avrà mai una spiegazione finale; l'incipit di Notre-Dame in fiamme, e con essa le reazioni a catena che danno vita tanto al film, quanto alla controparte reale da cui si genera ed evolve. Da piccola scintilla, il focolaio inizia così a svilupparsi nel sottotetto della navata centrale, tra flash di turisti in estasi, e fedeli in preghiera. Ma a causa di una serie di disguidi, l'allarme tarda ad arrivare e intanto Notre-Dame brucia.

Caos, urla, chiamate alle stazioni dei pompieri, fumo e mani tremanti di custodi in preda al panico sono il segnale di inizio di un inferno pronto ad inglobare come una sfera di neve un microcosmo prima limitato a souvenir fotografico o ricordo di viaggio. Una corsa contro il tempo su cui lo stesso Annaud affida il preludio alla sua ultima fatica, costruita tra luci e ombre, guizzi registici e cadute di stile.

La realtà della finzione

Già, perché Notre-Dame in fiamme vive di due nature divergenti e contrastanti: la prima parte, la più riuscita, scorre su riprese dinamiche che seguono a debita distanza il divampare delle fiamme e le corse dei pompieri.

Una regia che tenta di restituire un carattere documentaristico, lasciando che il cuore batta all'unisono con lo scoppiettare degli zampilli portatori di distruzione e paura. Una danza disperata, resa ancor più dinamica da un montaggio serrato, debitore dei videoclip musicali e degli insegnamenti del cinema d'autore, con split-screen pronti a unire l'incendio che tutto prende e devasta e gli sguardi attoniti di testimoni oculari e pompieri chiamati in azione. Sulla cattedrale convergono un'infinità di visioni, quelle prestate agli schermi di cellulari che registrano e quelli di turisti, cittadini, forze dell'ordine e del governo, ora piccoli, microscopici, dinnanzi alla grandezza di un incendio. Una rete visiva giostrata su una fotografia mai chiaroscurale, ma limitata all'alternanza tra il colore caldo e acceso del fuoco indomabile e le tonalità fredde di una cattedrale illuminata all'interno solo dai propri rosoni, vetrate e mosaici finestrati.

In questo prologo al disastro e al tentativo di domare fiamme che alitano segni di morte e distruzione, il film si fa dunque patchwork di immagini, quelle di repertorio, quelle televisive, quelle prese in prestito dalla prefettura parigina e quelle finzionali. Realtà e ricostruzione si prendono per mano e si fondono insieme, anticipando in maniera metaforica il processo di osservazione e rinascita cui Notre-Dame è adesso sottoposta. Dalla visione del passato, dalla revisione attenta di ciò che era per mezzo di testimonianze iconiche e visive, mattone dopo mattone la cattedrale è ora pronta a risorgere, sebbene da simulacro e clone dell'originale. Proprio come lo è un'immagine cinematografica.

Ma è nel momento in cui dallo sguardo oggettivo dell'evento si passa al centro dell'azione, mettendo in disparte l'incendio per anteporre e celebrare l'eroismo umano, che qualcosa si rompe, la magia si ferma, e il film, sebbene infuso di realismo e nato dalle ceneri di esperienze reali, tradisce la sua natura di pellicola fittizia. Si fa così largo una seconda parte in cui l'immedesimazione spettatoriale dovrebbe toccare il proprio apice, finendo invece per cadere da altezze vertiginose, proprio come le guglie di Notre-Dame cedono sotto il loro stesso peso.

Il voyeurismo celebrativo dell'eroe

L'incendio divampa; le lingue di fuoco toccano e fondono muri e ricordi, simboli di sacro e profano. Reliquie e opere d'arte dal valore inestimabile rischiano di perdersi per sempre mentre l'acqua fatica a uscire e rivestire con il proprio manto un flusso incandescente che non intende sottomettersi.

È l'inferno che non cede alla sconfitta della salvezza del salvabile, un conflitto visivamente d'impatto, interferito da una componente umana ed eroica che tutto prende e tutto rovina. Annaud non si limita a mettere a confronto la piccolezza dell'uomo dinnanzi al dominio dell'imprevedibilità sotto forma di incendio. Vuole osare di più, rivestendo la propria opera di un abito intessuto di esagerazione e decorato di retorica. E così, il regista cade là dove era inciampato Oliver Stone, come scrivevamo nella nostra recensione di World Trade Center, ossia lasciando che il proprio lungometraggio finisca per esibire la sua enorme macchina produttiva, oscurando a forma di macchiette i veri eroi di Notre-Dame. I ralenti, la volontà di indugiare su un codice dimenticato per mettere in salvo la corona di Cristo, gli slanci eroici dei pompieri, se presi singolarmente sono tessere di un mosaico volto a celebrare l'atto umano dinnanzi alla potenza simbolica di un'opera come Notre-Dame, ma una volta messi insieme, nell'arco di un tempo limitato, irrigidiscono lo scorrere della pellicola, innestando nello spazio di un raccordo irritazione e incredulità.

Lo spettatore si ritrova così incapace di prendere per reale ciò che sta guardando; in quell'affresco pomposo di eroismo intravede un'azione esacerbata, dimenticandosi che ogni singolo movimento è realizzato sula copia carbone della realtà. Gli stilemi tradizionali del film eroico, sostenuti da un commento musicale imponente, fanno pertanto dimenticare di assistere a un titolo tratto da eventi reali, allontanandosi dall'intento originale.

La narrazione della vicenda drammatica, scevra di soggettive o riprese capaci di rendere tangibile la paura senza cori e musiche orchestrali che ne appesantiscono la struttura, lasciano spazio alla retorica. Le immagini della goccia che cade dalla guancia della statua della Madonna con bambino a mo' di lacrima, unita alla candela accesa dalla bambina a chiusura del film, sono correlativi oggettivi di un senso retorico divampante come le fiamme che distruggono la cattedrale. Un senso di pesantezza riveste quello iniziale di speranza con cui si intendeva rivestire l'opera e sulla quale ricostruire, passo dopo passo, uno dei simboli di Parigi.

Notre-Dame in fiamme Con il materiale a disposizione, e la portata simbolica custodita tra le mura di Notre-Dame, Jean-Jaques Annaud poteva dar vita a un'opera monumentale. Notre-Dame in fiamme poteva essere uno sguardo attento, un saggio visivo tra il senso di paura e quello di perdita, tra l'essere umano e la grandezza del fuoco come strumento della natura che tutto prende e tutto distrugge. Invece, svestito di slanci documentaristici e avvolto di puro intento spettacolare condito da un esacerbato senso di voyeurismo, il film di Annaud brucia perdendo la sua preziosità e lasciandosi alle spalle null'altro che cenere.

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