Nostalgia Recensione: il potente film di Martone con Pierfrancesco Favino

Mario Martone torna nella sua Napoli con Piefrancesco Favino per il film Nostalgia, storia di un uomo che ripercorre le sue radici tra memoria e ricordi.

Nostalgia Recensione: il potente film di Martone con Pierfrancesco Favino
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Il Felice Losco di Pierfrancesco Favino torna a Napoli dopo quarant'anni passati all'estero, con una moglie bellissima rimasta al Cairo e un'impresa di costruzioni avviatissima che gli permette di poter indossare orologi d'oro (rigorosamente lasciati nella cassaforte mentre si aggira per le strade della città) e cambiare velocemente casa alla vecchissima madre. Un uomo fatto e finito, diventato grande lontano da quei vicoli in cui i giovani sulle moto sparano ancora, reduce da un peso che ha ribollito nel suo animo per tutto quel tempo, che si accorgerà essersi fermato per le strade della terra di Peppino e di Totò. "Ti sorprenderà sapere che è tutto uguale" dice parafrasando il protagonista di Nostalgia di Mario Martone alla sua consorte oltremare, mentre si affaccia ancora una volta su tetti e stradine, finestre e condomini di un luogo che, nonostante i decenni passati, sente ancora come la sua casa. Il lungometraggio è nelle sale dal 25 maggio ed è stato presentato nella lista dei film in programma al Festival di Cannes 2022 -

A passeggio per la città

La riappropriazione del posto in cui si è nati e da cui si è presto fuggiti avviene in Nostalgia di Martone attraverso la ripresa di una lingua, nello specifico il dialetto, che il protagonista assorbe nello scorrere dei giorni, delle settimane, dei mesi che decide di trascorrere in quella città per tanto abbandonata per la quale comincia a vagare dividendola in settori sulla sua mappa, cercando di metterla a confronto con quella appartenente ai suoi ricordi, in cui si aggirava assieme ad un suo amico, l'Oreste di Tommaso Ragno, diventato un piccolo boss del suo vecchio quartiere e osteggiato dalla fede e dalla forza di volontà del Don Luigi di Francesco Di Leva.

Quell'accento oramai perso, condizionato dagli anni in Libano e poi in Egitto in cui l'italiano era diventato ininfluente, fa di Felice in principio un estraneo rimasto quasi senza patria, che ritroverò però tra quelle strade e che diventerà sempre più difficile lasciare, desiderando di poter tornare a vivere lì dopo un esilio lieto, ma costretto, che il protagonista spera di spezzare. Per farlo c'è bisogno che i segreti tornino a galla, come quella Napoli sotterranea che quando era ragazzo era inaccessibile, portata alla luce da generazioni successive che, pur con scoperte tanto meravigliose, sotto il loro suolo sono ancora obbligate a dover decidere da che parte stare. Se voler far gruppo con chi quella città vuole elevarla, farla risplendere, o chi invece ne rimane intrappolato, entrando nei circoli di una camorra che opera da sempre nel medesimo modo, togliendo futuro ai giovani prima ancora di poterglielo anche solo donare. Così Felice affronta la memoria, spezza quel silenzio che come una maledizione gli si riversa addosso, contro cui l'uomo utilizza un antidoto che è quello delle scuse, del perdono. Del volersi riconciliare con una madre lasciata per troppo tempo sola, con un amico che sentiva di aver tradito diventando lui "quello che si è salvato".

Nel passare dei giorni e nella rimessa nel terreno di radici che sembra impossibile estirpare, Felice assimila nuovamente la musicalità della propria lingua e il napoletano torna a invadere le sue parole, le sue espressioni, i modi di dire e le figure retoriche. La napoletanità inizia a far parte dei suoi gesti, dei pensieri, soprattutto di un linguaggio che è primo strumento con cui potersi muovere con sicurezza in qualsiasi posto. Una mescolanza di caratteri che vedono la sua esistenza all'estero incontrarsi con le origini italiane, legate alla particolarità di quel rione. Quello in cui è pronto a voler restare, mentre tutti quanti continuano a ripetergli di andarsene.

Tutte le facce della Napoli di Mario Martone

Se Mario Martone con Qui rido io aveva rappresentato la grandezza artistica e animosa di Napoli tramite un suo esponente di spicco quale Eduardo Scarpetta (Qui rido io è tra i vincitori ai David di Donatello 2022), con Nostalgia l'autore ne racconta l'uomo comunque, la persona qualunque. Quella che aveva lasciato e che è tornata, che la città la sente dentro e ne accoglie quel suo spirito violento, solare, gioioso, malinconico. Tutte le contraddizioni racchiuse nella stessa immagine di Felice, che per il regista si aggira come un fantasma mentre cerca sofferente una pace che possa riconciliare vecchi errori con la possibilità di un futuro differente da come lo aveva previsto, non più nuovamente lontano dal suo luogo di nascita, bensì ripristinando le fondamenta.

Una naturalezza che sorge spontanea, che non ha forzature (a parte forse il vino versato da un sornione Don Luigi, cosciente che, diventato di religione musulmana, Felice non potrebbe in realtà berlo). E che esce con immediatezza quando all'invito di tornare dalla sua famiglia e il suo lavoro al Cairo in quella frase "Torna al tuo paese", l‘uomo risponde immediatamente "Questo è il mio paese". Attraversare gli scorci di Napoli con il regista e sceneggiatore, alla scrittura di Nostalgia, come sempre accanto alla fedele Ippolita Di Majo, significa perdersi per far ritrovare insieme presente e passato. È il romanzo omonimo di Ermanno Rea che vede la dimensione descrittiva venir riversata in inquadrature prolungate e fisse, in un flâneur che si trasforma gradualmente in abitante ancora una volta di quella città che lo accoglie e lo respinge. Un'opera come Napoli può essere, familiare e distaccata. Di una poeticità assoluta.

Nostalgia (film Mario Martone) Nostalgia è un film fatto di strade e di ricordi, di memoria e di fantasmi. È la storia di un uomo vissuto per quarant'anni all'estero e che riscopre pian piano le proprie origini, in una Napoli che si fa teatro delle sue lunghe camminate mentre il protagonista si accorge quasi che il tempo non è mai passato. È un racconto sulla giovinezza ormai andata, sul bisogno di ritornare, anche quando tutti dicono di andarsene. È un film che vive delle inquadrature della città vista attraverso il personaggio di Piefrancesco Favino, un'opera malinconica e potente, anche nei suoi momenti di delicatezza.

8

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