Recensione Non lasciarmi

Tre vite intrecciate in un doloroso destino di accettazione e sacrificio umano

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Trasponendo su grande schermo l'omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, scrittore nipponico naturalizzato inglese, Non lasciarmi (in originale Never let me go), il regista Mark Romanek (One hour photo) combina il materiale fantascientifico della storia alla nervatura triste e romantica dei suoi protagonisti, creature smarrite in un universo simile al nostro, anonime (non hanno cognomi ma solo lettere a distinguere gli uni dagli altri), e segnate da un futuro plumbeo, nondimeno capaci di volersi bene, amare e sperare come, e forse più, di qualsiasi altro essere umano. Una storia che indaga con mano lieve e dolorosa sui temi dell'accettazione incondizionata di regole e sogni infranti, assenza di futuro e coscienza della mortalità, ponendo l'universo parallelo eppure familiare ritratto nel romanzo di Kazuo Ishiguro, in una sorta di affinità elettiva col mondo precario che viviamo. Un racconto allegorico che ci induce a riflettere sull'inscindibile intreccio di vita e morte tramite una delicata estetica esistenzialista.

Confinati ad Hailsham

Inghilterra, 1978. Il collegio inglese di Hailsham, all'apparenza uno dei tanti, rigorosi istituti scolastici costruiti su disciplina e sani principi britannici, nasconde in realtà un oscuro segreto. Confinati nell'area del collegio, quasi come fosse un paesaggio racchiuso nell'incanto di un mondo parallelo, i bambini vivono le loro giornate in placida armonia, seguendo le istruzioni delle loro istitutrici senza porsi domande sul mondo che esiste al di là dei recinti del college, che nessuno osa sconfinare. Kathy, Tommy, Ruth (rispettivamente Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley nella versione adulta) fanno parte di questo nutrito gruppo di bambini, ma sono legati tra di loro da un legame particolare, un confuso triangolo di amore, affetto e amicizia. E mentre la placida Kathy è segretamente innamorata di Tommy, sarà la vivace Ruth a legarsi al ragazzo in una storia che durerà molto a lungo, davanti agli occhi impotenti e sofferenti di Kathy. Solo molti anni dopo, oramai trentunenne, Kathy ripercorrerà con la maturità di donna quella loro infanzia già segnata da un futuro ineludibile (alluso e mai apertamente esplicitato), eppure tormentata, come altre mille infanzie, dagli stessi sentimenti di gioia e tristezza. Di fianco alla loro ‘natura' speciale, i tre ragazzi si scopriranno infine animati da una loro natura profondamente umana, inesorabilmente contaminata dalla creatività e dai tumulti sentimentali dell'animo umano. Loro, esseri clonati al solo scopo di fornire organi umani a garanzia di vite longeve, si scopriranno molto più fragili e umani del ‘reale' mondo circostante di casette a schiera con finestre a bovindo di cui non sanno nulla (neanche come ordinare da mangiare in una caffetteria), ma del quale hanno nel tempo scorto un vago riflesso.

A deep blue mood

È un'atmosfera di malinconia asfissiante quella che si respira lungo tutto il film di Mark Romanek, molto attento a mantenere in vita la matrice poetico-decadente del romanzo di Kazuo Ishiguro, una matrice di fatto molto presente sia nel cinema sia nella letteratura orientale. Il regista sceglie, seguendo questa linea, di non contestualizzare i dettagli della storia, (causando forse una sorta di smarrimento concettuale di base che inficia solo in parte il ritmo della narrazione) lasciando piuttosto che siano i personaggi e gli ambienti (nella bellissima fotografia di Adam Kimmel, buio d'interni e luce tenue d'esterni) a raccontare. L'uggiosa quanto estremamente rigogliosa campagna inglese, perennemente bagnata da logoranti stille di pioggia e attraversata da un flebile chiarore, una luce persistente e permeante che accompagna le vite dei ragazzi nel loro stato di torpore indotto, senso di rassegnazione a una vita che è già stata scritta, e che non è in alcun modo eludibile. Un mesto e distopico paesaggio che si fa portavoce di quelle anime strizzate in corpi controllati, misurati (senso di misura esaltato dalle ottime interpretazioni dei protagonisti). Vibra nei volti dei protagonisti (i bambini al pari degli adulti) un senso di maturità e aderenza alle regole della vita che è a un tempo doloroso e atavico, molto vicino alla stoicismo che di fatto appartiene ai popoli orientali, e che rimbalza dal romanzo al film senza perdere la grazia della prosa per immagini.

In secca sulla barca della vita...

Merito di Romanek è quello di aver prediletto una regia attenta alla fonte che almeno in un paio di inquadrature (il bar e il pontile) gode di un'eloquente simmetria, e non scalpita nel tentativo di narrare ogni dettaglio ma si sofferma piuttosto a mostrare i silenzi, i vuoti, gli sguardi di un'implosione emotiva che è il cuore della storia. Di queste tre vite intrecciate, poi slegate e poi nuovamente intrecciate ciò che colpisce è l'intensità dei momenti vissuti, il valore unico concesso a un tempo che nella sua finitezza è estremamente prezioso, insostituibile, e che va condito di anima e sentimento perché acquisti senso. Arenate su di una spiaggia vuota come una barca in secca, le vite di Kathy, Tommy e Ruth raccontano la precarietà della vita e delle sue analogie con la morte, e di quel cerchio che, volenti o nolenti, è destinato prima o poi a chiudersi, e dal quale neanche l'amore, forse, può salvarci. Una consapevolezza dolorosa ma dalla quale non si può prescindere.

Non lasciarmi Traducendo per immagini il romanzo fantascientifico-esistenzialista di Kazuo Ishiguro, Mark Romanek dirige un film dai canoni per certi versi orientali, cercando di non tradire la vena poetico-introspettiva della fonte. Il risultato è un’opera bivalente con un’anima narrativa piuttosto frammentaria che suscita nello spettatore più di un quesito sulla contestualizzazione storica, ma che ciononostante riesce grazie alla carica espressiva delle immagini e dei protagonisti a colmare in parte i salti narrativi, grazie a una permeante ed eloquente dicotomia di gioia e tristezza, amore e dolore.

7

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