Recensione Non avere paura del buio

Guillermo del Toro e Troy Nixen rievocano i vecchi fantasmi di un horror cult degli anni '70

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Gli anni '70 sono stati un decennio molto prolifico per il cinema horror, regalando agli appassionati alcune delle più grandi perle della storia del genere. Del resto, non c'era necessariamente bisogno di effetti speciali d'avanguardia quanto di maestria nel creare la tensione, in un pubblico, tra l'altro, certamente meno smaliziato di quello di oggi. Bastava poco a creare una pellicola del terrore di successo, come testimonia, del resto, anche Don't be afraid of the dark, film per la tv realizzato nel 1973 da John Newland con pochissimi mezzi e in appena due settimane. Eppure la pellicola con protagonisti Kim Darby e Jim Hutton ha terrorizzato intere generazioni, involontariamente costrette a temere i piccoli e infidi folletti che insidiano Sally Farnham, la protagonista della storia. Tra coloro che non hanno mai dimenticato questo cult del genere si annovera anche un nome eccellente del cinema internazionale quale Guillermo del Toro, che ha sempre pensato di farne un remake e finalmente, dopo anni di progettazione, ne ha avuto la possibilità, limitandosi tuttavia ai ruoli di produttore e sceneggiatore, e lasciando la direzione effettiva della pellicola a Troy Nixey, al primo lungometraggio dopo il successo del suo corto Latchkey's Lament, ma noto al pubblico fumettistico per aver lavorato ad alcune graphic novel su Matrix, Batman e alle illustrazioni di Neil Gaiman's Only the End of the World Again.

Welcome to the Blackwood manor

La storia vede protagonista la piccola Sally Hirst (Bailee Madison), una bimba sensibile e insicura che ama disegnare e viene lasciata dalla madre alle cure del padre Alex (Guy Pearce) che dopo il divorzio si è trovato una nuova compagna, Kim (Katie Holmes). Alex e Kim sono arredatori di interni e stanno curando il restauro e la successiva vendita di un maniero del secolo scorso, appartenuto al naturalista Emerson Blackwood, scomparso in circostanze misteriose. La villa serba alcuni segreti, tra cui un misterioso scantinato che presenta un camino forzatamente serrato.
Proprio da lì la piccola Sally -che già presenta problemi relazionali con la sua 'nuova' famiglia e stenta ad ambientarsi nella sua nuova condizione- sente arrivare delle inquietanti voci, che la chiamano per nome e dicono di voler fare amicizia, dopo esser stati liberati. Le presenze si fanno man mano sempre più ossessive, finché non arrivano a mettere in pericolo la vita stessa della ragazzina e degli altri abitanti della magione...

We have all the time in the world...

Nel ricreare Don't be afraid of the dark per il pubblico odierno, del Toro e Nixey si sono rifatti largamente all'originale, integrandolo di alcuni elementi e visioni tipiche delle loro produzioni. In particolare, la mano di del Toro si nota nel cambiamento dell'età di Sally -non più una giovane adulta ma una ragazzina, alle prese con difficoltà e orrori umani e soprannaturali, come già accaduto ai protagonisti de 'La spina del diavolo' e 'Il labirinto del Fauno'- e nella specificazione dei folletti, generiche creature malevole nell'originale e qui riconosciuti in maniera più o meno univoca come 'fatine dei denti', creature per le quali del Toro ha una particolare fascinazione (già ce le aveva presentate, anche se in altra forma, in Hellboy II: the Golden Army). Per il resto, tra richiami agli scrittori horror-fantasy Algermon Blackwood e Arthur Machen ed echi fantastorici, la storia percorre i binari del progenitore, con un gusto per la tensione psicologica più che per il gore nudo e crudo: di scene effettivamente spaventose ce ne sono giusto un paio, il minimo sindacale per regalare i necessari climax liberatori, ma l'attenzione è tutta per l'atmosfera che si tende a creare, per la desolazione che accompagna spesso la vita dei protagonisti di del Toro. E questa è palpabile, sia nella bella fotografia di Oliver Stapleton che nell'accompagnamento musicale di Marco Beltrami, ma anche e soprattutto nelle interpretazioni di una convincente Katie Holmes e di una brava Bailee Madison. Un po' sottotono invece Pearce, e non se ne può dare la colpa al personaggio monodimensionale: anche i personaggi di Sally e Kim non offrivano chissà che spunti, eppure il carattere viene fuori anche dall'interpretazione.

Non avere paura del buio Non avere paura del buio è un horror di stampo classico, basato sulle situazioni e sull'inquietudine da esse create, e concedendo poco al trend imperante dello slasher e dello spavento ad ogni costo. Tecnicamente ben realizzato e coi giusti tempi scenici, da una parte si rifà grandemente alla fonte di ispirazione e dall'altra prende a piene mani dall'immaginario tipico dei suoi realizzatori. Non particolarmente originale, c'è da dire, e con dei protagonisti decisamente standardizzati, eppure funzionali all'obbiettivo -decisamente conseguito-, che è quello di creare un'atmosfera opprimente e desolante, fin nel semplice, eppure potente, finale.

7

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