Nomadland, la recensione del film di Chloé Zhao premiato agli Oscar 2021

Chloé Zhao racconta un'America nascosta, abbandonata e sempre in cammino, una terra dei nomadi dove regna l'intima potenza delle suggestioni.

Nomadland, la recensione del film di Chloé Zhao premiato agli Oscar 2021
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A volte ci si infila sotto le coperte ma il freddo continua a stringerci. Come una sensazione scomoda impossibile da scacciare, latente, capace di chiuderci in un pugno anche se ce ne andiamo. Una diapositiva sbiadita lontana anni luce. E Nomadland è esattamente così, una lenta risacca di suggestioni, trascinate da un passato coperto di ruggine, dove ossa sporgenti sono ormai smussate da un vento ghiacciato. Chloé Zhao passa dal particolare all'universale picchiettando un'America devastata dalla recessione, in cui mandrie di persone si spostano cercando qualcosa, o scappando da tutt'altro. In mezzo a questa carovana di anime spunta però Fern, una Frances McDormand che ci accoglie tutti a braccia conserte, respingendoci amorevolmente perché così ha fatto la vita con lei.
Nomadland è il film dei dimenticati, dal proprio corpo e dalla società, ma che hanno ritrovato un senso più sottile, un'increspatura tra le cose quasi impossibile da vedere. Cerchiamo di scoprirla assieme, andando Oltremare, come pennella Ludovico Einaudi.

La terra dei nomadi

Gli Stati Uniti racchiusi in una fabbrica che smette di esistere, ingoiando nel suo baratro una cittadina intera. Fern è fra loro, perde tutto: casa, lavoro, marito. Uno stillicidio netto dal quale esce piena di acciacchi, aggrappati al suo volto. Allora decide che non ha più senso stare ferma, che il luogo in cui è stata felice non esiste più, se l'è divorato il progresso. Trasforma il suo furgoncino in una casa e inizia a girovagare per l'America, sbocconcellando lavori qua e là.
Nomadland è letteralmente la terra dei nomadi, perché porta alla luce una realtà sociale statunitense di persone che sembrano fuoriuscite dalla rete della vita. Enormi microcosmi che si ritrovano tra rocce e praterie, negli interminabili spazi che solo il paesaggio americano riesce a creare. Fern e il suo gruppo diviso provano a riempirli, facendo fronte comune contro un mondo che li ha tagliati fuori senza pietà.

Il concetto di casa

C'è una battuta a inizio film che racchiude perfettamente Nomadland. Ed è il concetto inglese di house/home. House è la casa fisica, tangibile; home quella dove c'è il cuore, i ricordi, cianfrusaglie accatastate negli angoli della memoria. E Fern lo dice chiaramente: "I'm not homeless, I'm just houseless". Il furgoncino è ormai la sua casa, e in senso lato tutto gli Stati Uniti.

Frances McDormand racchiude questo concetto con un paio di espressioni magistrali, piccole pennellate di una vita distrutta ma che non smette di lottare. Lei e i suoi nomadi sono come rocce bucherellate dall'erosione del vento, ma che non vogliono crollare.
E Chloé Zhao ammassa storie e ferite, le impila volutamente storte, perché così ormai sono e non ha alcun senso fingere. Il suo è un film di episodi e suggestioni, un album fotografico consunto dove diapositive si mescolano alla polvere digitale di un mondo che torna indietro, pur continuando a macinare chilometri.

L'intima potenza delle immagini

Una delle principali forze di Nomadland è proprio la sontuosa regia di Chloé Zhao. L'autrice già acclamata per The Rider è in grado di chiuderci con Fern dentro le comode sbarre del suo furgoncino e in un attimo farci respirare l'ampiezza dei paesaggi, lande enormi ricolme di niente. La delicatezza delle inquadrature strette deflagra nei campi larghissimi dove è splendido perdersi, esattamente come il popolo nomade vuole e deve fare.
Chloé Zhao non perde mai di vista i cocci della sua regia, dando a Fern il compito di rimetterli assieme, l'ossimoro continuo di una tranquilla lotta forsennata contro la vita.
Ed è in questa crepa tra atomi di stelle nel palmo della mano e scogliere assalite dal maremoto che ci posiamo noi, complici di un viaggio continuo senza una meta apparente, una fuga di persone che non hanno motivo per restare ferme, oppure che continuano a muoversi perché altrimenti morirebbero.

Strade unite

Ma allora qual è il conflitto? Cosa cerca di raschiare Nomadland dalla ruggine dei nostri occhi? Una delle piccole grandi lezioni della vita: lasciare andare. Fern deve rompere il suo eterno ritorno per fare quel vero passo avanti che ancora le manca, deve tornare e chiudere con un passato gelido che rischia di seppellirla sotto continui strati di polvere. Sa che è l'unico lancinante modo per darsi una possibilità.
E Chloé Zhao non la abbandona mai, si infila sotto le coperte, la stringe al dito come un anello, la schiaccia contro paesaggi sterminati e si accoccola con lei attorno al fuoco, tirando pietre dentro un braciere.

Perché Nomadland è un inno alla vita anche quando camminare tra ricordi abbandonati sembra la cosa più difficile del mondo. Anche quando senti di non appartenere più a nulla, tranne che a te stesso e alla tua strenua lotta quotidiana.
E anche se il mondo dirà che tutto si butta e tutto si scorda, alla fine resta solo una cosa da rispondere: ci vediamo lungo la strada.

Nomadland Gli Stati Uniti del popolo dimenticato, quello sempre in viaggio per scappare dalla società, in pace con l'universo ma in lotta con il mondo. Nomadland scardina un pezzettino di America che sembra essere fuori dalle maglie della vita, abbandonato da essa ma in grado di andare avanti, giorno dopo giorno. L'intima potenza della regia di Chloé Zhao esplode silenziosa, passando dal più piccolo dettaglio al vuoto soffocante degli interminabili paesaggi statunitensi. E in mezzo a tutto questo dolore sordo c'è Fern, una Frances McDormand che divora la scena con ruvida grazia. Un po' come le note di Oltremare di Ludovico Einaudi, che ci tengono per mano anche quando vorremmo piangere. Il film sarà disponibile su Disney+ dal 30 aprile 2021.

8

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