Recensione Niente da dichiarare?

Un'altra commedia dal regista di Giù al Nord

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"Ruben Vandevoorde non è solo un tipo muscoloso. Fa paura perché potrebbe sparare a chiunque senza la minima esitazione. In una commedia è anche un po' azzardato farmi sparare alle spalle di uno, al quindicesimo minuto, temevo di suscitare l'antipatia degli spettatori con quella scena. Ma quando ho visto il film ho realizzato che quell'agente di dogana razzista e ‘francofobico' avrebbe suscitato paura. E ciò aiuta a comprendere meglio per quale motivo Dany è così restio a confessare il suo amore per la sorella di Ruben".
Così il grande Benoît Poelvoorde, protagonista e co-regista del discusso Il cameraman e l'assassino (1992), parla del doganiere zelante belga che interpreta nel quarto lungometraggio diretto dal francese Dany Boon, autore di quell'acclamato Giù al Nord (2008) che ha goduto anche del rifacimento italiano Benvenuti al Sud (2010) di Luca Miniero, con Claudio Bisio e Alessandro Siani protagonisti.
Doganiere zelante che si vede costretto a fondare il primo distaccamento della dogana franco-belga dal momento in cui, nel Gennaio 1993, vengono aperte le frontiere in Europa, trovandosi poi a dover pattugliare insieme al collega francese che considera il suo peggior nemico: Mathias Ducatel, cui concede anima e corpo lo stesso Boon, segretamente innamorato proprio della sorella dell'uomo, con le fattezze della esordiente Julie Bernard.

Sorrisi senza frontiere

Quindi, mentre seguiamo i due nella loro forzata convivenza lavorativa a bordo di una sgangherata Rénault 4L sulle strade di campagna alla frontiera, appare piuttosto evidente la similitudine di fondo tra questo e il precedente, succitato lungometraggio di Boon, il quale sembra semplicemente aver sostituito l'incontro-scontro tra le abitudini del Sud e quelle del Nord d'oltralpe con il contrasto tra belgi e francesi.
E viene tirata in ballo anche una tanto imbranata quanto grottesca gang di trafficanti di stupefacenti che girano in ambulanza nel corso dei circa 105 minuti di visione che, tra gag da barzelletta e momenti che non avrebbero certo sfigurato se sfruttati all'interno di un qualsiasi cinepanettone nostrano (si pensi alla divertente sequenza del controllo con metal detector su individuo in mutande), sfruttano in fin dei conti una comicità tutt'altro che differente - anche se molto meno volgare - da quella cui fecero ricorso buona parte delle commedie interpretate da volti noti della risata popolare tricolore quali Lino Banfi, Alvaro Vitali e Renzo Montagnani.
Basterebbe citare la droga nascosta proprio là dove non batte il sole per lasciar intendere la maniera in cui Boon riesce a strappare risate allo spettatore, il quale si trova dinanzi ad uno spettacolo su celluloide da (sor)ridere che, attraversato da un'evidente vena antirazzista, appare di sicuro più fiacco e meno originale di Giù al Nord, ma diverte a sufficienza.

Niente da dichiarare? L’attore e regista francese Dany Boon, recentemente protagonista anche de L’esplosivo piano di Bazil (2009) di Jean-Pierre Jeunet, torna davanti e dietro la macchina da presa per questo Rien à déclarer (come s’intitola in patria il film), commedia che, in maniera piuttosto simile alla precedente, acclamata Giù al Nord (2008), presenta un evidente retrogusto antirazzista. Per circa 105 minuti di visione che, impreziositi da un cast in ottima forma comprendente anche la Karin Viard di Potiche-La bella statuina (2010) e il François Damiens visto ne Il truffacuori (2010) nei panni di due ristoratori, intrattengono a sufficienza senza eccellere. Pur risultando leggermente più fiacchi della citata pellicola poi rifatta in Italia con Claudio Bisio e Alessandro Siani.

6

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