Recensione Nauta

La iena Elena Di Cioccio tra mare aperto e new age

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"All'inizio degli anni Novanta il libro di James Redfield La profezia di Celestino divenne un successo internazionale di enormi proporzioni. Il romanzo fu considerato il testo di riferimento della cosiddetta ‘New Age' dato che cercava di dare una diversa interpretazione del mondo e del rapporto tra uomo/natura secondo alcune ‘leggi' chiamate ‘illuminazioni'. Il clamore del best-seller sottolineava il bisogno comune di milioni di persone nel mondo di trovare un significato antropologico al rapporto uomo/universo che si discostasse dalla visione religiosa e parimenti da quella scientifica. Distante dall'organizzazione sociale tipica di una democrazia moderna, la teoria propone l'uomo come organismo vivente, ingranaggio di un meccanismo armonico di energie (la natura) capace di condizionare anche le nostre scelte ed i comportamenti sociali, educativi e sentimentali. La comprensione di questo meccanismo dovrebbe portare l'uomo ad una nuova consapevolezza, il cui culmine, di sapore esoterico, sarebbe la presa di coscienza di una ‘perfetta armonia''".
Regista televisivo alla fine degli anni Ottanta, nonché curatore degli effetti visivi di pellicole quali L'amico di famiglia (2006) di Paolo Sorrentino e Fascisti su Marte (2006) di Corrado Guzzanti, il napoletano classe 1964 Guido Pappadà spiega così che Nauta, suo esordio cinematografico, prende spunto dalle tesi descritte, al fine di analizzare in chiave ironica e per riportare la discussione su grandi temi - come l'inquinamento, i rapporti umani, l'amore - su di un terreno più concreto, più vicino al nostro quotidiano, condividendone, però, il concetto/fondamento presente nel testo, ovvero la sacralità laica del miracolo della vita.

Sapore di mare

Con un tramonto sul mare nell'Italia meridionale del 1993, quindi, inizia la vicenda del quarantenne Bruno alias David"Le ultime 56 ore"Coco, antropologo e professore universitario che, grazie alla telefonata di Paolo, vecchio amico con le fattezze del Giovanni Esposito de La banda dei Babbi Natale (2010), apprende che sull'isola di La Galite si è verificato uno straordinario quanto misterioso fenomeno naturale e, ripresosi dallo stato di apatia in cui è caduto per la crisi con l'amatissima moglie, decide di riprendere gli studi relativi ad esso e ad alcune testimonianze storiche.
E' immediatamente un certo clima di mistero a regnare, mentre, ottenuti in qualche modo dei finanziamenti, il protagonista parte alla volta dell'isola, alla ricerca della perfetta armonia tra l'uomo e la natura, mettendo insieme una spedizione costituita dal burbero capitano Davide, il nuovo marinaio Max, la giovane biologa Laura e l'esperto di sport estremi e provetto sommozzatore Lorenzo, rispettivamente con i volti del grande Luca Ward, del Massimo Andrei regista di Mater natura (2005), della televisiva Elena Di Cioccio e del Paolo Mazzarelli di Vallanzasca-Gli angeli del male (2010); tutti a bordo dell'antico yacht a vela "Mariella".
E, man mano che i circa 84 minuti di visione si costruiscono sui rapporti indirizzati a mutare, nell'arco dei tre giorni di traversata, tra i vari personaggi, destinati a passare progressivamente dalla reciproca diffidenza alla grande apertura, se da un lato ad affascinare è soprattutto il notevole lavoro svolto per eseguire a dovere le riprese sull'acqua (con più di 240 inquadrature in CGI), dall'altro a sorprendere è proprio la Di Ciccio, contornata, comunque, da un tutt'altro che disprezzabile cast.
Ma, al di là della bella fotografia per mano di Duccio"Malavoglia"Cimatti, la quale, ricca di contrasti, contribuisce non poco a rendere visivamente interessante l'insieme, capace di regalare immagini come quella del cielo stellato, di notte, sul mare, sfugge l'effettivo significato di un'operazione piuttosto confusa.
Un'operazione volta sì a ribadire che il mare è libertà e prigione, perché scivoli su tutto e non metti mai le radici, ma decisamente noiosa e di cui non si sentiva affatto il bisogno.

Nauta Regista televisivo alla fine degli anni Ottanta, il napoletano Guido Pappadà esordisce sul grande schermo firmando Nauta, girato quasi interamente a bordo del veliero “Mariella” e con ampio sfoggio di computer grafica. Nonostante il buon cast a disposizione, però, la pellicola, basata in maniera principale sul sogno, finisce per affascinare soltanto grazie all’aspetto visivo, tra immagini marittime diurne e notturne e la splendida fotografia di Duccio Cimatti. Per il resto, solo tanta noia e non troppa comprensibilità.

5

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