My Sweet Monster, recensione: l'animazione russa ci prova ancora

Al cinema dal 29 febbraio, il film d'animazione russo arriva in Italia con due anni di ritardo e con qualche inciampo produttivo.

My Sweet Monster, recensione: l'animazione russa ci prova ancora
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Distribuito la prima volta in Russia nel 2021, My Sweet Monster è un nuovo tentativo di Georgi Gitis, già regista de Lo Schiaccianoci e il flauto magico, di raccontare storie dal retrogusto fantasy inserendo alcuni elementi di attualità che possano spingerci a ragionare su quelle che sono le problematiche odierne. Allo stesso tempo l'animazione russa, insieme a quelle che sono le produzioni balcaniche, provano a ritagliarsi il loro spazio all'interno di un panorama che vede sempre l'America contrastare il Giappone: mentre, quindi, la Corea del Sud mette le radici in ambito anime (anche se sempre di derivazione nipponica), anche Mosca prova a fare capolino nelle nostre sale, con risultati altalenanti e spesso anche derivativi.

Una principessa reale e moderna

Barbara, la protagonista di My Sweet Monster, è una principessa tenuta nelle proprie stanze come se fossero delle campane di vetro dalle quali non può evadere. Con un padre apprensivo, monarca attento più alla salute della figlia che al proprio regno, si ritrova a essere circondata da numerose attenzioni e anche svariate tate. La sua è una gabbia che le permette di avere tutto ciò che le serve, meno l'amore del principe Edward, del quale si è perdutamente invaghita.

A minacciare la serenità di questo sentimento e della sua esistenza c'è Joyce, postino del regno che mira a una scalata sociale che lo possa portare al vertice della catena alimentare: sposare la principessa diventa il suo unico obiettivo, tanto da ricattare il padre di Barbara per poter avere in sposa la ragazza. Sarà questo risvolto tragico che spingerà la principessa a evadere dal castello e trovare rifugio nell'affetto di Bogey, un mostro che la accoglierà tra le sue braccia difendendola da tutte le minacce esterne.

My Sweet Monster ha il pregio, dinanzi a una trama un po' farraginosa e dalla costruzione un po' amorfa, di mettere in scena un rapporto particolare tra Barbara e Bogey. La ragazza risponde agli stereotipi della principessa che anela la fuga dalla propria condizione, una ribelle che non è troppo distante dalle esigenze di Merida (vi raccontavamo perché Ribelle è un film incredibilmente realistico), ma anche di quelle di una Jasmine, per andare molto più a ritroso nella storia dell'animazione.

Nonostante questo e degli atteggiamenti à la Rapunzel, nel suo approccio con Bogey riesce a ritagliarsi uno spazio di unicità tale da permettere alla coppia di diventare tridimensionale, credibile, nonostante le fattezze di lui. Barbara mantiene lo stile di una ragazza semplice grazie anche a una narrazione che non la mette mai sotto i riflettori come se fosse una vera e propria eroina: la sua quotidianità è scalfita da un evento al quale non vuole cedere, ma la sua concretezza passa dalla genuinità di come si rapporta a tale situazione.

L'assenza di un mondo tridimensionale

Il vero problema di My Sweet Monster è che mentre il tandem dei protagonisti riesce a procedere spedito verso le mire narrative di Gitis, tutto ciò che gira intorno a loro è poco credibile, oltre a essere poco a fuoco. A partire da Joyce, un postino che riesce a intessere un ricatto in maniera molto dozzinale e che tiene in scacco il re come se fosse un arcigno stregone o consigliere, alla maniera di Jafar quasi, fino a tutto il design che circonda Bogey.

Nessun personaggio riesce a essere memorabile, complice anche un character design poco avvincente e a volte un tratto molto piatto. Inoltre, la direzione creativa a volte si dimostra schizofrenica: si passa dalle creature fantasy a una commistione inattesa con lo steampunk, tra robot che compongono la servitù e marchingegni la cui attivazione rischia di mettere a repentaglio l'intero regno.

Sebbene questa componente tecnologica possa avere del fascino e una presa soprattutto in chi è avvezzo a questo tipo di derivazione, la direzione artistica ne risente, condizionando quella strada da voler intraprendere. Non si capisce mai fino in fondo My Sweet Monster cosa vuole essere, tra creature fantasy, castelli fiabeschi e dei robot a gestirne le porte più grandi o i fuochi d'artificio per annunciare le nozze. Non sono contaminazioni vincenti, né scelte adeguate per arrivare a un prodotto che dovrebbe provare a contrastare il dualismo dell'animazione americano e giapponese.

Anche perché le problematiche non finiscono qui, proprio dove la narrazione - al di là di quegli aspetti positivi che abbiamo già individuato - finisce per stiracchiare l'intera avventura per un'ora e mezza senza mai realmente appassionarci. Sfociando anche in quella proverbiale questione di un mondo non tridimensionale, che non procede mentre l'avventura va avanti.

Il fantasy che sposa la robotica

C'è tanta magia, condizionata anche però dalla tecnologia che strizza sempre l'occhio allo steampunk, ma c'è anche l'avventura di una principessa che evade dalla propria prigionia per scoprire cosa si nasconde al di là del proprio naso. E proprio nel momento in cui la Russia prova a staccarsi da quelli che sono gli stereotipi dell'animazione americana, si finisce anche per rintracciare dei chiari elementi figli della tradizione Disney, con un velato riferimento a Frozen e a quell'amore che può vincere tutto, anche le brutture della natura.

La Bella e la Bestia vi dice qualcosa? Addirittura potreste ritrovare in Bogey molti riferimenti anche a Quasimodo e al Gobbo di Notre Dame, quando la dicotomia con Joyce verrà a galla mettendo a nudo quelle che sono le ambizioni di un uomo bramoso di riscatto e la benevolenza di un mostro grato dei doni della natura. Ci chiedevamo anche se si farà il live action de Il gobbo di Notre Dame.

Spogliato, così, di un antagonista che possa davvero dire la propria, My Sweet Monster incespica in più di un'occasione, pur servendoci delle scene gradevoli per un pubblico giovane dal punto di vista della commedia, che non andrà a soffermarsi sulle esigenze tecniche e sull'espressività di alcuni personaggi, ribadiamo piatti nella resa. Le stesse parti cantate, che ancora una volta provano a strizzare l'occhio alle produzioni Disney, non riescono a diventare memorabili, lasciandosi ascoltare con una vena di curiosità e null'altro. Da Lo Schiaccianoci e il flauto magico non è stato compiuto un grande passo in avanti.

My Sweet Monster My Sweet Monster arriva in Italia con un po' di ritardo sulla tabella di marcia originale e questo gli serve da giustificazione per una qualità tecnica non di altissimo livello: allo stesso tempo è palese che il prodotto sia rivolto a un target che non andrà a sindacare su quegli aspetti che noi abbiamo voluto sottolineare come più problematici, tantomeno potrebbe notare le derivazioni figlie della tradizione Disney, non negative ma che sanno di già visto. Noi non possiamo esimerci, però, dall'indicare come la tentata commistione di generi abbia lasciato una indecisione forte alla direzione artistica, così come il non essere stati incisivi sul mondo che circonda i protagonisti condiziona di molto la gradevolezza finale. È indubbio che, alla fine, il proprio lavoro dinanzi ai più giovani sarà portato a termine con serenità.

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