My Generation, la recensione del documentario con Michael Caine

I protagonisti culturali dell'Inghilterra degli anni Sessanta vengono raccontati da uno dei protagonisti dell'epoca, con aneddoti e materiale d'archivio.

My Generation, la recensione del documentario con Michael Caine
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My Generation è il titolo di un celebre brano della band inglese The Who, ed è quindi giusto che sia stato scelto anche per il documentario di David Batty sulla scena artistica britannica degli anni Sessanta, un ritratto interessante e divertente arrivato nelle sale italiane dopo l'anteprima mondiale all'ultima Mostra di Venezia. Un decennio raccontato in prima persona da uno dei divi che l'hanno vissuto: Maurice Micklewhite alias Sir Michael Caine, emblema di un nuovo tipo di star britannica. Come spiegato dallo stesso attore, recentemente divenuto uno dei collaboratori fissi di Christopher Nolan (anche in Dunkirk, dove lui non appare fisicamente, si sente comunque la sua voce nella versione originale), gli anni Sessanta nel Regno Unito, e in particolare a Londra, hanno segnato l'ascesa di celebrità provenienti dalla working class, il ceto medio-basso della società britannica.
In particolare, Caine sdoganò l'uso dell'accento cockney, tipico dei lavoratori londinesi, all'interno di un'industria cinematografica che in precedenza aveva privilegiato una dizione più raffinata ed elegante (attori come Bob Hoskins, Ray Winstone e Jason Statham devono molto alla rivoluzione iniziata dal protagonista di Alfie e Colpo all'italiana), e una simile evoluzione linguistica ebbe luogo in campo musicale grazie ai Rolling Stones, anch'essi originari della capitale inglese, e ai Beatles, noti per i loro accenti di Liverpool (Paul McCartney fa parte delle persone intervistate per il documentario).

L'importanza del mattatore

My Generation ricostruisce l'epoca raccontata tramite testimonianze dirette e immagini d'archivio, evocando la Beatlemania, le minigonne, la pop art, Vidal Sassoon e altri elementi fondamentali di quegli anni. Al centro però c'è sempre Caine, le cui doti da raconteur sono fondamentali per restituire autenticamente lo spirito di quella prima fase della sua carriera, a cominciare dalla necessità di cambiare nome per motivi artistici. Viene quindi riproposto il celebre aneddoto di come il signor Micklewhite, andando al cinema, abbia avuto l'ispirazione vedendo la locandina del film The Caine Mutiny ("Se fossi andato nella sala di fronte, ora mi chiamerei Michael Carica dei 101", scherza l'attore).
Per gli estimatori, al di là degli spezzoni d'epoca per lo più inediti, non c'è molto da scoprire, dato che Caine si è sempre raccontato con piacere in diverse occasioni, tra talk show e autobiografie. C'è però abbastanza carne al fuoco per stuzzicare l'interesse di chi si avvicina per la prima volta o quasi a questo pezzo di Storia di una nazione in procinto di trasformarsi (e c'è una certa ironia nel fatto che questo film, una celebrazione dei divi provenienti da famiglie umili, esca proprio mentre il Regno Unito è in crisi a causa delle negoziazioni di Brexit, con il rischio che a farne le spese siano quelle persone per cui Caine e McCartney simboleggiano il successo più inaspettato). E la presenza di Caine, caratterista di prim'ordine, è sempre una garanzia di tempo speso bene in sala.

My Generation Michael Caine è al centro di un viaggio alla riscoperta della Londra, e dell'Inghilterra in generale, degli anni Sessanta, nel pieno della cosiddetta rivoluzione Swinging Sixties di cui lo stesso attore, rappresentante del ceto medio-basso e di uno stile di recitazione diverso da quello britannico standard, fu uno dei massimi esponenti. Tra aneddoti e immagini d'archivio, un'epoca affascinante viene evocata con affetto e intelligenza, tramite la voce inconfondibile di un grande protagonista del cinema.

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