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Mute: la recensione del nuovo film di Duncan Jones targato Netflix

Sviluppato come sequel spirituale di Moon, il film spartisce solo in parte l'ottimo concept, portando alla deriva una storia con poco appeal.

recensione Mute: la recensione del nuovo film di Duncan Jones targato Netflix
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Nel 2009, Duncan Jones venne accolto dalla critica e dal pubblico come un giovane innovatore del genere sci-fi grazie al suo ottimo Moon, dove rifacendosi ai grandi maestri del genere riuscì a costruire una storia futuristica e al contempo verosimile con protagonista Sam Rockwell. Gli anni successivi furono poi occupati da altri due progetti, Source Code e il criticatissimo Warcraft, quest'ultimo costatogli circa cinque anni di sviluppo. Data la fredda accoglienza riservata all'adattamento dell'omonimo videogioco Blizzard, il figlio del compianto David Bowie è stato paragonato a Neill Blomkamp come fuoco di paglia, incapace di tornare a bissare le atmosfere e la ricercatezza stilistico-narrativa del suo esordio alla regia. Adesso, a due anni di distanza dal suo ultimo film, Jones torna dietro la macchina da presa con Mute, thriller sci-fi con venature cyberpunk pensato proprio come sequel spirituale di Moon, con il quale spartisce in realtà soltanto lo stesso universo, trattando poi una storia completamente differente e ambientata in Germania.

Berlino, 2052

Protagonista della vicenda è il barista muto Leo Bailer, uno statuario Alexander Skarsgard che incarna perfettamente il personaggio scritto da Jones, privo di voce e di confessione Amish. Interessante infatti la scelta della religione di Leo, importante ai fini della decisione di non sottoporsi a un intervento per tornare a parlare, in quanto gli Amish rifiutano ogni modernità tecnologica, sia essa anche in campo medico. Leo perse l'uso delle corde vocali in giovanissima età, ma la sua fede lo aiutò a convivere con l'handicap e ad adattarsi a una società ultra-futuristica in stile Blade Runner, ambientazione che condivide tra l'altro con l'ultima Altered Carbon. C'è sempre questo cielo cupo e spento, con una pioggia e un grigiore esistenziale che sembrano non finire mai. Ammassi di grattacieli luminosi si stagliano poi sopra dei bassifondi dove la street-art dei graffiti sembra aver inglobato ogni parete, tanto da essere messa al bando. Il fumo esce sempre copioso dai vari tombini della Berlino del 2052, inondando le strade piene di luci e degrado di una leggera foschia che permea l'atmosfera quasi di melanconia. Alcuni americani non sono inoltre visti di buon occhio, tanto che una voce che risuona per le vie della capitale tedesca avvisa di segnalarne la presenza alle autorità competenti, il tutto accompagnato dallo slogan: "Don't be shy, screw that guy!". Sono loro gli immigrati e spesso clandestini, in un ribaltamento tematico davvero molto attuale, che va a inficiare anche pesantemente la trama orizzontale del film, che vede Leo alla ricerca della fidanzata scomparsa Naadirah. Il loro rapporto viene inizialmente quasi idealizzato, come se il loro amore riuscisse a cauterizzare ogni ferita, sia fisica che dell'anima. A lei non importa che Leo non abbia voce, perché il suo silenzio è rotto dalla profondità dei suoi occhi, dalla sua gentilezza, dalla sua dolcezza. Si bastano a vicenda per amarsi incondizionatamente, ma purtroppo i segreti di Naadirah spezzeranno questo incanto, portando Leo a una disperata ricerca del suo perduto amore. E lungo il suo cammino incontrerà due degli americani immigrati descritti sopra, entrambi chirurghi per la malavita, Cactus Bill, interpretato da un irritante Paul Rudd, e Duck Teddington, nei cui panni si nasconde invece Justin Theroux. Anche il loro rapporto è centrale ai fini della trama, che però risulta in ultima analisi inutilmente prolissa e con una risoluzione poco convincente, anche se in definitiva si comprende come Jones voglia in realtà affrontare più di tutto il tema della famiglia.


La voce del cuore

C'è poco coraggio in Mute. È descritto come sequel spirituale di Moon ma non ne ha la grinta, non ne ha la passione. È un titolo che si lascia piacevolmente guardare, ma sembra non sfruttare mai a dovere gli elementi costitutivi del progetto, che sono soprattutto l'ambientazione sci-fi e il suo forte protagonista, Skarsgard. In riferimento a questo, paragonato al pessimo mutismo di Anson Mout in Inhumans, c'è da dire che l'attore ha saputo condensare nella sua marcata espressività un'interpretazione abbastanza sentita e carica di emotività, senza tra l'altro sfociare mai un pessimo overacting, davvero molto facile da raggiungere data la parte.

Il problema, semmai, è l'utilizzo che ne fa Jones all'interno del film, dato che non appare né come eroe né tanto meno come anti-eroe. È un uomo alla ricerca delle donna che dava voce al suo cuore, capace di ricorrere anche a una brutale violenza per trovarla, nonostante poi non ci siano così tanti eccessi. Non che si esageri poi nella ricercatezza dell'azione o in inquadrature virtuose, altro elemento un po' destabilizzante in un film basato principalmente sui personaggi e i loro rapporti. In questo a funzionare forse meglio di tutto è l'amicizia odi et amo tra Cactus e Duck, approdati a Berlino dopo aver condiviso insieme l'esperienza nell'esercito. Non è chiaro come siano arrivati fin lì, ma nei due troviamo forse alcuni dei maggiori elementi di degrado morale del film: il primo è un egoista alcolizzato con seri problemi di autocontrollo, mentre il secondo ha fin troppo a cuore i bambini. Il look di Rudd è quello di un redneck, con tanto di folti baffi a coprirgli il viso e una gomma da masticare in bocca che pare non avere fine, mentre Theroux sembra la giovane controparte del pedofilo George Harvey di Stanley Tucci in Amabili Resti. Le strade dei due e quella di Leo si incroceranno lungo la narrazione, ma il risvolto finale sarà lontano anni luce dall'essere brillante, così come l'intera struttura ballerina del film. I ringraziamenti finali, però, rendono Mute un titolo più personale di quanto si immagini, dove "l'essere genitori" diventa il concetto base sul quale Jones ha poi edificato l'intero film, un po' a sorpresa. Allora capiamo come afone siano le parole dello stesso regista, che ha voluto salutare con la sua arte un certo Starman volato ormai in cielo da due anni, lasciandoci un po' spiazzati e desiderosi di rivedere il film in virtù di un saluto silenzioso che vale più di mille parole.

Mute Mute sarà anche il sequel spirituale di Moon, ma con il film del 2009 dello stesso Duncan Jones condivide purtroppo solo lo stesso universo narrativo. Il titolo sci-fi con venature cyberpunk prodotto da Netflix sembra non avere infatti il coraggio necessario per andare oltre un certo derivativismo di fondo che abbraccia un'ambientazione troppo simile a quella di Blade Runner e Altered Carbon, senza regalare poi una storia che riesca a sfruttarla a dovere. Si lascia guardare molto piacevolmente, anche grazie alla sentita interpretazione di Alexander Skarsgard e a quelle di Paul Rudd e Justin Theroux, ma dopo la visione resta davvero poco dell'intera vicenda. A imprimersi è invece il significato che Jones ha voluto dare al progetto, salutando il padre scomparso da due anni nel silenzio della sua arte, che vale più di mille parole. In definitiva un buon film che avrebbe potuto essere grande.

6

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