Music, la recensione del film di Sia

La popstar australiana esordisce come regista con un controverso film drammatico, trattando con diverse ambiguità il complesso tema dell'autismo.

Music, la recensione del film di Sia
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Music, un'adolescente che soffre di una grave forma di autismo, vede la sua vita sconvolta da un giorno all'altro in seguito alla tragica scomparsa dell'amata nonna, che si prendeva cura di lei con tutte le attenzioni del caso.
L'unico familiare rimastole ora è la sorellastra Zu, di diversi anni più grande e reduce da problemi di alcolismo. Quest'ultima, pur controvoglia, accetta di diventare la sua tutrice ma fatica a interfacciarsi con una realtà a lei poco conosciuta. Music infatti si esprime solamente attraverso la musica e porta sempre alle orecchie un paio di vistose cuffie: proprio tramite le canzoni la ragazza è in grado di fuggire in un colorato mondo di fantasia, popolato da individui a lei conosciuti che si dilettano in scatenati balletti.
Zu riceverà il fondamentale aiuto del vicino di casa Ebo, che sa come gestire le frequenti crisi di Music, allo stesso tempo però finirà per incasinarsi di nuovo la vita, mettendo in mezzo questa volta anche coloro che ama.

Il passo più lungo della gamba

Uno dei film del momento, non tanto per la qualità artistica - che come vedremo è ben lontana dalla sufficienza - bensì per la scia di polemiche che si sono scatenate intorno alla riduttiva rappresentazione dell'autismo.
Music è l'esordio dietro la macchina da presa della cantante pop Sia, girato già da qualche anno ma uscito solo recentemente per vari problemi nella gestione dell'editing e disponibile, soltanto fino al 28 febbraio, in esclusiva sul sito MusicilFilm.it.
Come il titolo e la sinossi fanno già ampiamente intuire, ci troviamo di fronte a un musical dai marcati sussulti drammatici, nel quale la debuttante regista si è riservata una sorta di vera e propria auto-celebrazione: in contemporanea con la pellicola infatti è uscito un disco con le canzoni contenute nei cento minuti di visione, le quali rischiano in più occasioni di togliere organicità alla già improbabile sceneggiatura.

Se l'idea di utilizzare l'ambito sonoro come fuga da una realtà di dolore e come via di comunicazione con il mondo esterno era sulla carta azzeccata, la relativa messa in scena sembra una sorta di gratuita promozione delle suddette hit, con videoclip sempre più colorati e bizzarri che si vanno a interfacciare poco organicamente con le fasi clou del racconto.

La fiera degli stereotipi

Come abbiamo anticipato l'operazione è pervasa da una morbosa ambiguità nel tratteggio di questa particolare condizione che affligge, in maniera più o meno debilitante, così tante persone in ogni angolo del mondo.
La nota ballerina Maddie Ziegler, storica protagonista dei videoclip di Sia, si impegna a fondo ma il risultato finale appare più come una grottesca e infelice caricatura, schiava di pericolosi stereotipi.
D'altronde la strumentalizzazione del dolore sembra essere uno degli elementi chiave che la popstar australiana, anche co-autrice della sceneggiatura, ha voluto sottolineare a più non posso nella genesi della vicenda, dando vita a una sorta di bizzarro Glee sotto acido che finisce per scadere in più occasioni in una macabra retorica e a tratti addirittura nel ridicolo involontario.

Sia si è posta al mezzo cinematografico con eccessiva superbia, senza aver idea delle regole basilari che stanno dietro alla realizzazione di un film. Ed è a dir poco assurda la candidatura ai Golden Globe come miglior musical o commedia, frutto probabilmente di quel politically correct odierno che non distingue la farsa dalla realtà.
Più comprensibile invece quella per Kate Hudson come miglior attrice, visto che - pur vittima di un personaggio che si muove su un binario unico - è al centro dei momenti emotivamente più intensi.

Music Non basta essere acclamate star di un determinato campo artistico per fare il grande salto in un altro e quello operato dalla cantante Sia nel suo esordio da regista è il classico buco nell'acqua, stilisticamente acerbo e concettualmente controverso. La pop-star australiana decide con Music di affrontare il tema dell'autismo con un approccio pressapochista, affidando il complesso ruolo a un'attrice - la sua sodale ballerina Maddie Ziegler - che autistica non è, cedendo sotto il peso degli stereotipi e caricando il tutto di morbose ambiguità. Ma è la sceneggiatura in toto a non funzionare, con figure secondarie che esemplificano tutti i drammi possibili e immaginabili e il prevedibile lieto fine a concludere una vicenda che non lascia nulla a fine visione. Il continuo, ridondante, ricorso all'immaginazione da parte della giovane protagonista - sulla carta per trovare la propria felicità - è in realtà un furbo escamotage per celebrare le canzoni della regista, con uno sgargiante e colorato contorno pop di balletti e faccine sorridenti. Il Cinema però è un'altra cosa.

4

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