Recensione Muffa

Il senso di perdita in una vicenda ispirata alle tante storie di desaparecidos curdi in Turchia

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Come guardiano delle ferrovie il solitario Basri si muove a piedi ogni giorno lungo i binari che corrono attraverso il vasto paesaggio dell'Anatolia. Il silenzio di Basri permea completamente la sua vita da quando diciotto anni prima il suo unico figlio Seyfi è stato arrestato - a Istanbul - e mai più ritrovato. Una scomparsa a cui (sei anni dopo) ha fatto seguito quella della moglie. Sono dunque diciotto anni che Basri impiega il tempo non trascorso tra i binari per inviare lettere alle autorità e coltivare la speranza di ritrovare il figlio, vivo o morto che sia. Racchiusa in quelle lettere c'è la sofferenza di un uomo che ha perso ogni cosa e che vive (o sopravvive) nella flebile speranza di un ricongiungimento. Negli anni le sue lettere hanno dato via a una serie di interrogatori, torture, isolamenti, ma Basri ha continuato imperterrito a camminare lungo gli infiniti binari della sua strada, sorretto dalla tenacia che appartiene a chi non ha più niente da perdere. Una serie di avvenimenti smuoveranno la sua vita dal torpore in cui pare essersi rintanata e costringeranno l'uomo a fare i conti con la solitudine e il dolore di una realtà ancor più traumatica.

Ispirato alla vicende reali dei molti desaparecidos curdi in Turchia e alla cosiddette "madri del sabato" (donne i cui figli sono scomparsi e che si riuniscono ogni sabato mattina nel centro di Istanbul per ‘protestare in silenzio') Muffa segna l'esordio alla regia del giovane Ali Aydin, classe 1981. Si tratta di una storia intensa, in cui si punta a rappresentare il processo di ‘marcescenza', ‘ammuffimento' (da qui il titolo Muffa) cui può andare incontro l'uomo se privato della sua linfa vitale, ovvero - in toto - del senso del suo vivere. Avvolto nei colori spenti di una fotografia (a cura di Murat Tuncel) che racconta il dolore con la totale assenza di luminosità, l'opera di Aydin affronta i temi della sofferenza e della solitudine senza tentare di aggrapparsi al potere drammaturgico di questi due concetti. Inquadrato nella sua quotidiana, faticosa esistenza in un mondo del quale non si sente più parte e scandita dall'ossessivo ticchettio di un tempo immobile nella sua ‘irresolutezza', l'uomo Basri rivendica infatti il dolore della perdita non attraverso la disperazione ma attraverso una strenua lotta. Una lotta che sta a rappresentanza di tutte quelle vite scomparse senza lasciare tracce o appigli utili a elaborare il lutto. Ali Yadin si misura con un tema a lui evidentemente molto caro, cogliendo il realismo emozionale di una storia in cui le parole non riescono ad assolvere il loro compito, incapaci di colmare un vuoto divenuto col tempo totale. Ed è così che sono allora gli spazi estesi e gli ampi silenzi a convergere per creare il profilo di quella ‘rabbia sorda' che cerca di sfogarsi (non riuscendovi) tramite le tante (e sempre uguali) parole scritte nell'attesa di una (anzi della) risposta. Una lunga frustrazione emotiva che avrà modo di sopirsi (solo in parte) di fronte a una piccola cassetta contente le ceneri del proprio figlio. Alla sua opera prima il giovane regista realizza un film che scava nell'interiorità umana e nell'ampiezza di un senso di perdita che sembra estendersi all'infinito. Un approccio minimalista e fortemente introspettivo coadiuvato dall'ottima interpretazione di Ercan Kesbal nelle vesti del protagonista Basri, un uomo rintanato (anche nella postura e nello sguardo) nel proprio mondo di sofferenza.

Muffa Vincitore del Premio Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima (Luigi de Laurentiis) alla 69° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, arriva nella sale Muffa (Küf), opera prima del trentaduenne regista Ali Aydin. Nel costruire e tratteggiare la storia di un padre smarritosi alla ricerca del proprio figlio, Aydin prova (e riesce) a scavare nell’interiorità umana servendosi (a livello filmico) di spazi e silenzi difficili se non impossibili da colmare. Una pagina di Storia filtrata e universalizzata attraverso la dimensione umana di un drammatico evento familiare che ci costringe a fare i conti con quelle realtà che spesso è più comodo (e più facile) ignorare. Un ottimo risultato per un giovane regista che ha davanti a sé ancora molto tempo per crescere, e che molto probabilmente saprà mettere in gioco la propria sensibilità umana e artistica.

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