Berlinale 65

Recensione Mr. Holmes

Un film dalla straordinaria potenza visiva che fa luce su uno degli aspetti meno raccontati del detective privato più celebre

recensione Mr. Holmes
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Sussex, 1947: in un grazioso casale nel pieno della campagna inglese un anziano novantatreenne vive con una governante ed il figlio di lei come unici compagni: ad allietarlo nelle sue giornate, un allevamento di api ed un medico che gli fa visita costantemente, diagnosticandogli una progressiva perdita di memoria. Una storia come tante, se non fosse che quell'anziano uomo che combatte costantemente con una vita che scivola via dalle pieghe della memoria non è uno qualunque, è Mr. Holmes, il detective più famoso d'Inghilterra. Attraverso il costante desiderio di dare forma ad un senso di rimpianto che prova ma non riesce a giustificare, uno Sherlock Holmes al tramonto della propria esistenza cerca metodi alternativi per stimolare la sua mente ma alla fine trova la sua ispirazione proprio nel figlio della sua domestica: sarà dunque un piccolo, tenero ed improvvisato novello Watson l'unico in grado di comprenderlo, riuscendo a fargli da spalla in quella che a tutti gli effetti diventa una vera e propria caccia al tesoro all'ultimo ricordo.

Un piccolo trucco della mente

Liberamente adattata dal romanzo "A Slight Trick of the Mind" di Mitch Cullin, Mr. Holmes si presenta fin dalle prime battute una pellicola pregna di spirito british, che fuoriesce da ogni poro non solo della messa in scena ma anche della narrazione e delle interpretazioni. La cura maniacale degli interni e degli esterni, dei costumi e di ogni piccolo dettaglio oggettistico riflette perfettamente quello che il film di Bill Condon si trova ad essere, ovvero un riuscitissimo tentativo di profonda eleganza visiva. A coronare il tutto una regia mai invasiva, lineare e compatta, accompagnata da un montaggio che riesce a gestire bene i salti temporali rendendo le transizioni armoniche e mai fastidiose. L'unico peccato viene purtroppo dal reparto sceneggiatura, che pur mantenendo un buon livello fino alla parte finale finisce per crollare nelle ultime battute, rendendo il finale probabilmente un po' forzato e non allo stesso livello del resto.

Uno straordinario Ian McKellen

Se al film va il pregio di aver raccontato una tinta sconosciuta in quell'arcobaleno di adattamenti dedicati a Sherlock Holmes che colorano il cinema, gran parte del merito va riconosciuto indubbiamente allo spessore di Sir Ian McKellen, che porta a casa una performance straordinaria e convincente dal primo all'ultimo minuto di pellicola. Il suo Mr. Holmes è profondamente stratificato, vive in momenti diversi e per questo è ancora più apprezzabile: dai ricordi di gioventù, che lo mostrano come tutti lo conosciamo (lucido, acuto e consapevole di ogni cosa intorno a lui) l'attore - tesoro nazionale della Gran Bretagna - scivola con enorme maestria verso la tremenda malattia dell'ultimo periodo, aiutato non solo dal trucco ma anche dalla sua naturale espressività, che gli concede una doppia interpretazione perfettamente bilanciata. Lo accompagnano in maniera encomiabile anche le performance di contorno, a partire da Laura Linney per proseguire con una piccola sorpresa, ovvero il giovanissimo Milo Parker che si dimostra un perfetto novello Watson al fianco di un gigante come McKellen.

Mr. Holmes A parte qualche pecca nella sceneggiatura, Mr. Holmes si presenta come un lavoro estremamente elegante e molto attento al dettaglio, in pura tradizione british. La decisione di raccontare un detective diverso dal solito paga, restituendo un film di intrattenimento che rappresenta una vera e propria sorpresa in questo Festival di Berlino, in cui è stato presentato con successo. Sicuramente attesissimo, non delude le aspettative e si dimostra uno dei titoli più interessanti della prossima stagione cinematografica.

7.5

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