Motherless Brooklyn, la recensione del noir di Edward Norton

La Festa del Cinema di Roma 2019 inizia con un noir d'autore dal ritmo compassato e interpretato magnificamente da Edward Norton.

recensione Motherless Brooklyn, la recensione del noir di Edward Norton
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Lionel Essrog (Edward Norton) è un detective privato che si muove nella New York degli anni '50, la Grande Mela addolcita e rasserenata dalla musica jazz ma piena di disparità sociali. Lavora per l'agenzia del suo capo e mentore Frank Minna (Bruce Willis), "il suo eroe", una delle poche persone al mondo a trattarlo con normalità e non come un fenomeno da baraccone.
Lionel soffre infatti della Sindrome di Tourette, anche se non dà mai nome alla malattia e la descrive più elegantemente come "vivere con un anarchico dentro la testa che vuole paradossalmente avere tutto in ordine". Una condizione non debilitante, per lui, ma costante, da tenere sempre a bada quando e dove possibile, senza trattenersi in ogni occasione e rendere tutto ancora più difficile.

Lionel vive ormai la sua patologia con serenità, convivendoci e aiutandosi con gomme da masticare, marijuana e piccole trovate quotidiane per smaltire lo stress mentale derivante della Sindrome, e questo anche grazie alla sua grande intelligenza e perspicacia.
È stato proprio Frank ad aiutarlo a ordinare i suoi pensieri, a insegnargli a dominare gli eccessi, a concentrarsi e sfruttare i lati positivi di un geniale ma fragile intelletto, come ad esempio un'incredibile memoria.
Quando però Frank si immischia in qualcosa di più grande di lui e viene ucciso davanti ai suoi occhi, Lionel decide di indagare sulla morte dell'amico e scoprire la verità sul suo omicidio, muovendosi tra i bassifondi di Harlem, club jazz, manifestazioni di piazza e palazzi del potere. Tutto partendo da un solo e unico indizio, l'ultima parola di Frank: "Formosa".

Un noir d'altri tempi

Edward Norton ha lavorato davvero a lungo all'adattamento cinematografico del romanzo Motherless Brooklyn di Jonathan Lethem, pubblicato originariamente nel 1989. Inizialmente era incerto se dirigere o meno la pellicola, nei primi anni 2000, ma l'amore per il progetto lo ha convinto a renderlo interamente suo, profondamente personale, avendone curato anche la sceneggiatura ed essendo inoltre l'interprete principale. Non il suo ufficiale debutto come regista (avvenuto con Tentazioni d'amore nel 2000), ma quello come autore sì, e bisogna ammettere che il lavoro svolto da Norton è come seta, un capo leggero posato sul corpo del cinema e capace di valorizzarne i lineamenti più tenui e nascosti, il tutto con classica eleganza.
Restando il più possibile fedele all'opera di Lethem, il regista ha infatti cercato di confezionare un noir d'altri tempi, raffinato (seppur prolisso e spesso narrativamente articolato in modo alquanto inutile) nel suo elogio al cinema hard boiled che guarda a L.A. Confidential o al Polanski di Chinatown, recuperando persino qualcosa dalle atmosfere di Casablanca.

Non è tanto la costruzione della storia a colpire e lasciarci convinti (forse più funzionale su carta), quanto la grande maestria con cui Norton ha saputo dipingere le ambientazioni, i suoni e i colori della New York dell'epoca, spesso messa da parte in campo noir per la West Coast e la Los Angeles della Black Dahlia e di Mickey Cohen.

Si impegna, Norton, ed elabora una trasposizione ragionata anche in termini di struttura narrativa, che rispetta con estrema abilità quei canoni di genere non per forza scritti, come la massiccia presenza di dialoghi, le riflessioni e i pensieri del protagonista messi in voice over, una caratterizzazione psicologica tormentata e l'amore passionale (così come platonico) per un donna, qui interpretata da Gugu Mbatha-Raw.

Un filo da tirare

Al netto di un cast di comprimari di prim'ordine, in cui spiccano soprattutto Willem Dafoe e Alec Baldwin, ancora più che nella regia e nella stesura dell'adattamento Edward Norton è il grande mattatore di Motherless Brooklyn, in un'interpretazione difficile, divertita e intensa, per giunta minata fisiologicamente dal pericolo overacting. Non è cosa semplice vestire finemente e senza risultare ridicolo i panni di una persona affetta da Tourette, soprattutto per il rischio di esagerarne la già esasperata sintomatologia, che comprende innumerevoli tic corporali, urla e fraseggi a ripetizione, oltre all'impossibilità di gestire lo sproloquio. Norton è invece misurato nella gestione dei tempi della malattia, che sa piegare come cera al suo ideale recitativo, trasformandola quando necessario in una condanna, in molti spunti ironici e divertenti, spesso in una compagna di viaggio a cui è impossibile nascondere la verità.

È tenero, il suo Lionel, specie quando chiede continuamente scusa per il suo disturbo, toccando almeno tre volte la spalla di un interlocutore, cercando il suono migliore con cui chiudere una porta o il modo più adeguato per accendere un fiammifero. Alla fine Norton riesce a trasformare un personaggio tanto estremo e complesso in un grande vincente, stimato anche da chi lo chiama "strambo", acuto, un passo avanti a tutti.
È forse una delle sue interpretazioni più flessibili ma al contempo controllate, come avere tra le mani un filo fuori posto di una giacca e volerlo tirare senza però rovinare il capo. Si presuppone una forte concentrazione, un ordine di idee molto preciso e tempi immacolati, soprattutto quando si è protagonisti di una storia ricca di parlato e di momenti emotivi e silenziosi, naturalmente contrapposti alla problematica affrontata.

Anche la storyline di Motherless Brooklyn è comunque un lungo filo da tirare, che però senza strapparsi si aggroviglia fastidiosamente tra le mani. Al suo interno sono rintracciabili preponderanti e attuali tematiche sociali, politiche e civili, che dalla questione razziale si spostano all'abuso di potere e alla corruzione da sempre presente nel ramo urbanistico ed edilizio di New York, a conti fatti il film risulta non a caso un po' prolisso nel raggiungere la meta finale.

Anche questo, però, fa parte del gioco imbastito da Norton, che vuole rendere palpabile per lo spettatore il disordine interiore di Lionel, allungando segmenti che potevano essere più semplici e che invece rende più stirati del dovuto, con un controllo altalenante del ritmo del montaggio. Anziché rovinare la visione, comunque, tutto questo ne accentua le qualità, perché riesce a mettere in scena la difficile relazione tra caos e normalità nelle testa del protagonista, plasmando il mondo secondo questa visione e dando (forse persino involontariamente) un profondo senso d'esistere alla trasposizione.

Motherless Brooklyn - I segreti di una città Con Motherless Brooklyn - I segreti di una città, Edward Norton segna il suo debutto autoriale, come regista e scrittore, confezionando un adattamento fedele al materiale originale e al contempo molto personale. È un noir d'altri tempi che canta un'ode di genere alla New York degli anni '50, invasa dalla musica jazz e dai fumi, come anche da forti disparità civili e sociali. Si racconta di un'indagine tra palazzi del potere e bassifondi di Harlem, della sfida quotidiana del protagonista Lionel Essrog nel provare a riordinare i tasselli caotici di un vorticoso intelletto, affetto da una sindrome stressante. L'interpretazione di Edward Norton è tenera e intensa, forse una delle migliori della sua carriera, ma anche Willem Dafoe e Alec Baldwin spiccano tra i comprimari del film, che si rivela un titolo confezionato a modo anche nei momenti più prolissi, specchio del disturbo "anarchico compulsivo" che domina la mente di Lionel.

7

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