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Mosul, la recensione del war-movie Netflix prodotto dai fratelli Russo

Ispirato alla vera storia di un'unità di soldati iracheni che hanno sfidato l'ISIS, Mosul è un film capace di dividere il pubblico.

recensione Mosul, la recensione del war-movie Netflix prodotto dai fratelli Russo
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Tra il 2014 e il 2017, l'ISIS ha occupato la città irachena di Mosul. Un periodo tragico e sanguinoso per la popolazione locale, durante il quale ha agito senza sosta un'unità speciale, gli SWAT della provincia di Ninive, composta di agenti autoctoni che avevano subito gravi perdite familiari proprio per mano delle forze terroristiche.
All'inizio del film il giovane Kawa, un poliziotto poco più che ventenne, viene salvato dal provvidenziale intervento del team e decide di unirsi a loro in una pericolosissima missione, dallo scopo a lui tenuto ignoto.
Il ragazzo ha appena perso lo zio, anch'esso caduto sotto i colpi dell'ISIS, e viene visto con sospetto da alcuni membri del team. Ma il loro leader mostra invece fiducia in lui e Kawa fa di tutto per dimostrare come questa sia ben posta.

L'orrore della guerra

La prospettiva è affascinante, soprattutto per una produzione battente bandiera hollywoodiana. A finanziare il progetto, arrivato in esclusiva nel catalogo di Netflix come original, sono infatti i Fratelli Russo che, dopo lo straordinario successo ottenuto al timone degli Avengers, hanno deciso di regalare la prima regia all'apprezzato sceneggiatore Matthew Michael Carnahan.
Mosul infatti opta per un approccio autoctono, con un cast indigeno e le riprese in quelle aree più tormentate del Medio Oriente, tra rovine desolanti e il caldo del deserto ad accompagnare la disperata missione dei protagonisti.
E da questo non poteva che derivarne anche uno stile ibrido, capace di unire una velocità action che guarda alle dinamiche moderne - emergono echi sia del 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi (2016) di Michael Bay che dell'altra farina dei Russo Tyler Rake (2020) - a uno stile secco e asciutto, quasi distaccato nella sua smitizzazione della guerra.

L'ultima missione

Qui non abbiamo eroi scesi in campo, ma semplici uomini in cerca di vendetta e giustizia, pronti a tutto pur di sopraffare l'avversario, in una continua battaglia tra la vita e la morte dove la brutalità è da entrambe le parti della barricata, pur con motivi ovviamente diversi. Casa per casa, porta dopo porta, la tensione è sempre in agguato e sopperisce alla mancanza di quelle sensazioni più accomodanti ma spesso fittizie in determinati contesti.

I cento minuti di visione rifuggono così lo slancio emotivo, e la stessa caratterizzazione dei personaggi è sobria ed essenziale, elemento che impedisce di creare un vero e proprio legame empatico con il pubblico.
Una scelta voluta e a suo modo riuscita, che rischia però di allontanare diverse fette di spettatori: qui la guerra non è un gioco, ma sangue e morte, e chi combatte è ben conscio di poter crepare in qualsiasi istante sotto i colpi nemici.

Carnahan non è nuovo al genere, avendo già scritto a inizio carriera il sottovalutato The Kingdom (2007), e conosce il modo di avvicinarsi al cinema di impegno civile come dimostrato nello script del magnifico Cattive acque (2019), trovando qui un salutare equilibrio che potrà parzialmente dividere nelle sue diramazioni anticonformiste.

Mosul procede dritto e spedito per la sua strada, consapevole del suo essere duro e puro senza compromessi, ripercorrendo una storia degna di essere raccontata ad ampie platee, per offrire uno sguardo non edulcorato sul dramma vissuto da tali aree del mondo solo fino a poco tempo fa.

Mosul Una guerra sporca, essenziale, dove l'eroismo è soltanto un'utopia e un centimetro può fare la differenza tra vivere o morire. Mosul è un film che non fa sconti, capace di dividere il pubblico per il suo stile senza fronzoli, tanto veloce e scattante nelle dinamiche action quanto anaffettivo nei confronti dei personaggi e dello spettatore stesso. Lo sceneggiatore Matthew Michael Carnahan fa il grande passo dietro la macchina da presa con il preciso scopo di raccontare la crudeltà del conflitto da dentro, pedinando i suoi personaggi senza mitizzarli o esaltarli ma anzi sottolineando le loro debolezze e i loro lati oscuri. Un approccio manicheo che era forse anche l'unico utilizzabile, per non mancare di rispetto alla storia vera dell'unità di soldati a cui l'intera operazione è ispirata e dedicata. E che è capace di rendere il tutto piacevolmente divisivo, in una fase cinematografica in cui si cerca di (com)piacere sempre e comunque.

6.5

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