Most Beautiful Island: la recensione dell'horror di Ana Asensio

Arriva in Italia Most Beautiful Island, sensazionale dramma horror sull'immigrazione prodotto, scritto, diretto e interpretato da Ana Asensio.

recensione Most Beautiful Island: la recensione dell'horror di Ana Asensio
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Delle tante splendide ed evocative immagini presenti in Most Beautiful Island, è probabilmente quella finale la più emblematica: per non rischiare di rovinarvi neppure il più piccolo particolare della sorprendente trama, basti dire che nello sfondo dell'ultima inquadratura del film si intravede un grosso cartellone pubblicitario che recita "Big Apple, Big Dreams". Ecco, bastano queste quattro semplici parole a riassumere il senso del sensazionale film prodotto, scritto, diretto e interpretato da Ana Asensio, attrice piuttosto nota in Spagna, qui al suo esordio alla regia di un lungometraggio. Un folgorante esordio, per la precisione: Most Beautiful Island è uno di quei film urbani e sporchissimi che riescono a stupire per quanto acutamente e cinicamente descrivano l'anima nera dell'essere umano, le pulsioni più raccapriccianti e schifose, le perversioni malate che vivono solo di notte, e sempre in posti segreti e inaccessibili ai più.
Come Il teorema del Delirio di Darren Aronofsky - ma senza quell'ossessione schizofrenica nella ricercatezza del macabro - la Asensio mette in scena un film strano ma preciso e focalizzato, i cui 80 minuti sono chirurgicamente divisi in due sezioni, l'una completamente diversa dall'altra: il dramma intimista della prima parte si trasforma in un horror psicologico di rara suspense e geniale inventiva nella seconda, due film separati che montati insieme rappresentano in modo chiaro, minimalista ed essenziale la vita negli Stati Uniti degli immigrati clandestini.

Breve ed estenuante

E' un debutto splendidamente laconico, stressante ma comunque esauriente quello di Ana Asensio, la cui forza risiede proprio nella sua brevità (fosse durato anche cinque minuti di più, sarebbe stato troppo): l'attrice spagnola, con sguardo quasi documentaristico e una mano ruvida (il film è girato quasi tutto con la cinepresa in spalla) prende il tema degli immigrati a New York e lo trasforma in uno psicodramma alla Roman Polanski che inizia in un modo e finisce in un altro, come faceva Rodriguez in Dal Tramonto all'Alba. Ma a differenza del film con Harvey Keitel, Quentin Tarantino e George Clooney, qui non c'è alcuna voglia di scherzare, né coi generi cinematografici né in qualsiasi altro modo.
La Asensio, che appare in quasi tutti i fotogrammi della sua opera, interpreta Luciana, un'immigrata spagnola senza documenti che vive in un piccolo appartamento semifatiscente della Grande Mela. Di lei sappiamo solo che fa la baby sitter, che ha una madre in Spagna che non vede da tanti anni, che poco tempo prima dell'inizio del film ha perso qualcuno e che il lutto e i sensi di colpa la stanno lacerando. Ogni ulteriore dettaglio su di lei viene lasciato grezzo e affidato alle capacità intuitive di chi osserva, come il contratto di affitto scaduto per l'appartamento (che lei userà per farne un aeroplanino di carta) o i buchi nell'inseparabile zaino, cui lei sembra tenere come chi non può permettersene uno nuovo. E lei non può.
In poco tempo conosciamo la sua routine quotidiana: un lavoro mattutino degradante vestita da donna-pollo-sexy, con indosso soltanto una gonna striminzita, un lavoro ingrato che le impedisce di arrivare in tempo ad un secondo lavoro ingrato, quando di pomeriggio fa da baby sitter ai due bambini pestiferi di una famiglia facoltosa; il tutto nel bel mezzo dell'estate, con tutta New York che ribolle e sembra sia sul punto di affogare nel suo stesso sudore.

Tra Hostel e Eyes Wide Shut

Il ritratto dell'invisibile sottoproletariato americano di tanto in tanto viene squarciato da flash disgustosi, come il dettaglio di giganteschi scarafaggi che infestano la casa di Luciana e che sembrano usciti da una visione inquietante di Lynch, Cronenberg o Fessenden. E quando Luciana accetterà di recarsi ad una festa privata per svolgere un misterioso lavoro notturno che le frutterà duemila dollari per un paio d'ore, il film dalle sue cupe e decadenti atmosfere neoraliste si trasforma in un thriller voyerista che sta esattamente a metà fra Bella di Giorno, Eyes Wide Shut e Hostel.
Dire di più sarebbe un affronto, ma vi basti sapere che gli ultimi quaranta minuti del film esplodono in un tripudio di estenuante perversione: la Asensio è bravissima a lasciare le strade infuocate di New York per il suo ventre nascosto e umido, un inferno glaciale popolato dai più oscuri e indicibili segreti dell'umanità. C'è una potenza feticistica particolarmente affascinante e attrattiva nelle immagini di questa seconda parte, una sorta di secondo film celato sotto al primo (com'è celato il festino privato organizzato nello scantinato di un edificio abbandonato di Chinatown) che però non sembra troppo dissonante rispetto alla prima parte, anzi appare come la sua naturale evoluzione. E accentua ancora di più il fascino surreale di un'opera decisa e precisa, che attraverso la sua parabola spietata ribalta in maniera spietata il valore del Sogno Americano, mettendone letteralmente a nudo tutti i preoccupanti paradossi.

Most Beautiful Island In Most Beautiful Island, Ana Asensio realizza due film completamente diversi legandoli insieme attraverso l'esperienza della protagonista. Un po' Eyes Wide Shut e un po' Bella di Giorno, Most Beautiful Island raggiunge vette di tensione tipiche dei migliori horror, raccontando un'inquietante parabola neoralista sul tema dell'immigrazione.

8

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