Moon, la recensione: il figlio d'arte Duncan Jones ci porta sulla Luna

Luna, ultima frontiera dell'umanità, in un viaggio silenzioso e poetico diretto da Duncan Jones.

Moon, la recensione: il figlio d'arte Duncan Jones ci porta sulla Luna
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Sarà un semplice caso, un gradito omaggio al tempo che fu, oppure una furba operazione di marketing far uscire un film dal titolo Moon nel quarantennale dello sbarco sulla Luna? Trattandosi dell'esordio assoluto, dopo un corto datato 2002, di Duncan Jones (fino ad adesso più noto per essere il figlio di David Bowie), autore anche del soggetto, vien facile credere alla buona fede. Calcoli che trovano comunque il tempo che trovano, e che valgono poco o nulla dinanzi alla qualità del film. La Luna, compagna di tante avventure cinefile, dei sogni degli spettatori e del mondo intero che nel 1969 rimase meravigliato di fronte ai primi passi di Armstrong sul satellite terrestre. Un avvenimento già previsto, in maniera ben diversa, da George Melies con Viaggio nella luna nel lontano 1902, dove allora la luminosa Selene veniva immaginata abitata da bizzarri alieni metà insetti/metà uccello e gli improbabili astronauti vennero costretti a un precipitoso ritorno a casa. E ancora a immaginare, anni più tardi, con l'occhio maestro di Fritz Lang in La donna sulla luna, la possibile sopravvivenza sul suolo lunare. O ancora la luna forse più famosa della storia del Cinema, "osservata" da Kubrick in 2001:Odissea nello spazio. Altri tempi, maestri assoluti e vere e proprie gemme della Settima Arte. Come rinverdire perciò i fasti di una mitologia storica e ridare nuovamente luce all'oggetto di tanti sguardi notturni, compagno storico dell'umanità dall'alba dei tempi? "Senza dubbio il mio scopo era realizzare un film di sci-fi per gli appassionati del genere, tra cui io mi inserisco, ed è un peccato che registi come Ridley Scott o Douglas Trumbull non realizzino più film di questo tipo". Jones si pone perciò nei panni dello spettatore amante della fantascienza, e vista la passione che traspare dal progetto si vede la mano di un fan (con indubbie doti registiche) per i fans. "Prendere qua e là spunti dai classici, e reinventarli senza snaturare il concetto originale, connotando la fantascienza in un concetto di umanità. Un uomo in un luogo alieno mostra tutta la sua forza, o fragilità". Parole non banali che, come vedremo, sono ampiamente supportate dai fatti.

"Fly me to the moon...

Sam Bell (Sam Rockwell) è un astronauta della compagnia Lunar, che ha trascorso gli ultimi tre anni in isolamento su una base lunare per estrarre e inviare a Terra ingenti quantità di Helium 3, un gas in grado di risolvere i problemi energetici dell'intero mondo. Mancano solo due settimane di lavoro, e poi il ritorno a casa, dove lo aspettano la moglie Tess (Dominique McElligott) e la figlia piccola Eve. Unico suo compagno, oltre a sporadici collegamenti terresti (che però può solo ricevere in differita, senza possibilità di dialogo e risposta), è il robot Gerty (doppiato nella versione originale da Kevin Spacey), apparentemente dotato di intelligenza e sensibilità. Ma così tanto tempo da solo sembra aver influenzato Sam, che comincia ad avere strani allucinazioni che lo portano ad avere un incidente a bordo di un rover lunare. Al suo risveglio non ricorda nulla dell'accaduto, ma di fronte a lui all'interno della base trova una figura identica per tutto a lui. Un clone fisicamente uguale, ma dalla differente personalità. Quale mistero circonda la base e la loro intera esistenza?

...and let me play among the stars"

Moon non è un semplice sci-fi, ma qualcosa di più. Sfruttando tematiche chiaramente fantascientifiche, riesce a dipingere un maestoso e toccante ritratto dell'umanità e di come questa possa andare in frantumi in condizioni avverse. Sam Bell si ritrova in una situazione assurda, che mette alla prova tutta la sua moralità e dalla quale è impossibile uscirne sani di mente. Dalle allucinazioni alla presenza di un presunto clone, il suo futuro cambia inesorabilmente, arrivato proprio vicino alla vetta. Il ritorno a casa, la lontananza di oltre tre anni dalla famiglia, l'amata moglie Tess e la piccola figlioletta Eve, svaniscono piano piano di fronte allo scorrere, ineluttabile, degli eventi. Le speranze crollano di fronte a una realtà spietata quanto incredibile, e vediamo questo turbamento interiore nel volgersi di uno stesso personaggio sdoppiato, un unico uomo diviso a metà, incapace di comprendere cosa sta accadendo. Lo straniamento che lo ha portato per in lungo periodo di tempo a dialogare solo con una macchina, con frammentarie notizie e collegamenti da terra, rende ancora più dura la verità cui si trova davanti, inspiegabile almeno inizialmente anche allo spettatore. Proseguendo nella vicenda però i nodi vengono al pettine, creando una sorta di empatia con il doppio protagonista, interpretato magistralmente da un sublime Sam Rockwell, abile a tratteggiare due diverse personalità dello stesso personaggio. Merito anche agli effetti speciali, che rendono il rapporto fisico, e non, tra i due Rockwell incredibilmente realistico. Il film di Duncan è pregno di una grande atmosfera, soffocante e asettica, inquietante quasi come quella del primo Alien (influenza che lo stesso regista non nasconde), anche se qui bisogna difendersi dai mostri della mente che da spaventose creature. Lo stato di solitudine esasperata è ben delineato anche dalla struttura limitata e monocorde della base lunare, omaggio al capolavoro di Kubrick, che finisce per diventare una sorta di gabbia dalla quale è impossibile fuggire. Le stesse passeggiate lunari, a piedi o a bordo del rover, hanno un sapore di isolamento e segregazione, quel grigio e spoglio paesaggio che nulla può se non offuscare ancor più le inquiete anime dell'astronauta. Ci si trova così a soffrire insieme a lui, vittima di piani ben più alti della sua "misera" esistenza, semplice tassello di un ingranaggio molto più grande di lui. Il finale tende a far sgorgare qualche lacrima, simbolo di una pellicola che arriva dritta al cuore col suo doloroso epilogo. Non manca nessuna delle fondamenta classiche dello sci-fi: dalla piante che il protagonista chiama per nome, alla palestra spaziale e al cibo spaziale in bustina. Ma pur essendo un film profondamente legato al genere, e trasformarsi parzialmente in un omaggio globale dello stesso, Moon è carico di un'originalità e di un clima evocativo in grado di attirare qualsiasi amante del Cinema di qualità, di fantascienza e non solo.

Moon L'esordio di Duncan Jones è un'opera intelligente, che non nasconde di omaggiare il genere dello sci-fi classico ma lo riprende nettamente, trasportandolo in un contesto dove è l'umanità la vera protagonista. Con un Rockwell sdoppiato che sforna una superba interpretazione, il regista ci accompagna in una viaggio commuovente e toccante attraverso i sentieri più profondi delle emozioni umane. Il tutto con quel pò di mistero che regala novanta minuti coinvolgenti e appassionanti. La Luna non è mai stata così grigia e solitaria.

8

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