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Monty Python e il Sacro Graal, la recensione del classico disponibile su Netflix

È disponibile sulla piattaforma di streaming il secondo lungometraggio del sestetto inglese, che mette alla berlina il ciclo arturiano.

recensione Monty Python e il Sacro Graal, la recensione del classico disponibile su Netflix
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Nel 1975 Monty Python's Flying Circus aveva chiuso i battenti da un anno, e l'anarchico sestetto responsabile del programma - Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin - era alla ricerca di nuove modalità espressive per il suo estro comico. Avendo già frequentato il cinema con E... ora qualcosa di completamente diverso nel 1971, portando sul grande schermo una selezione dei loro migliori sketch televisivi, i Python decisero di fare un vero e proprio lungometraggio, la cui eredità culturale si fa ancora sentire oggi tramite iniziative come l'adattamento teatrale Spamalot, inaugurato a Broadway nel 2005 con la regia di Mike Nichols. Un risultato impressionante per un film le cui caratteristiche vincenti furono spesso frutto del caso: la regia fu affidata a Gilliam e Jones per il semplice motivo che nessuno degli altri quattro voleva occuparsene, e quando il budget ridotto rese impossibile l'uso di veri cavalli si decise di integrare nella trama lo stratagemma delle noci di cocco per simulare il rumore del galoppo. Per non parlare del finale, brillantemente brusco e motivato anch'esso dalla mancanza di fondi per girare la conclusione immaginata dai Python (volevano che il film si chiudesse con Re Artù e i cavalieri all'interno del celebre centro commerciale londinese Harrods).

I cavalieri della Tavola Ridicola

Come nel loro excursus televisivo, i sei autori e interpreti combinano grande erudizione e stupidità allo stato puro per creare un cocktail perfetto di comicità calibrata al millimetro: alle battute scatologiche e sessuali si alternano disquisizioni filosofiche sulla migrazione degli uccelli, gag linguistiche sul francese e, nei titoli di testa, una sublime messa alla berlina della pratica dei sottotitoli, scritti in finto norvegese (e per chi ha il DVD del film la gag si estende alle modalità di visione, con l'opzione "sottotitoli per chi non apprezza il film" che consiste nel testo di Enrico IV, Parte 2 di Shakespeare).
In un medioevo volutamente ridicolo si muove lo stoico Chapman nei panni di Artù, figura seria intorno alla quale si muovono gli altri personaggi più apertamente comici e/o grotteschi affidati agli altri cinque membri del gruppo (con Gilliam nel ruolo altamente autoironico e strepitoso del responsabile delle animazioni). Il tutto procede a un ritmo sfrenato, senza mai fermarsi, indicativo anche della struttura più apertamente cinematografica rispetto alla formula a sketch del film precedente e della serie televisiva.
Ma in mezzo a tutto quel controllo rimane il caos, quella deliziosa sensazione di sregolatezza che è il marchio di fabbrica dei Python, immune a qualunque tipo di normalizzazione dettata dalle convenzioni della commedia per il grande schermo: dalla gag iniziale sull'alce alle trappole mortali, nulla è ciò che sembra, e bastano pochi secondi per capire il motivo per cui il film ancora oggi domina le classifiche delle pellicole più spassose di tutti i tempi.

Monty Python e il Sacro Graal I Monty Python firmano il loro primo lungometraggio vero e proprio con estro comico intatto, unito a una certa sensibilità cinematografica a livello strutturale (per quanto condito con la loro consueta anarchia) e nella scelta del genere e racconto da parodiare. Per gli appassionati di comicità britannica e del ciclo arturiano, la miscela dei due elementi produce risultati esilaranti dall'inizio alla fine, rimanendo ancora oggi una pietra miliare del cinema d'intrattenimento proveniente dal Regno Unito.

9.5

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