Monster Hunter, la recensione del film con Milla Jovovich

Paul W.S. Anderson dirige la moglie in un adattamento cinematografico che riporta i cinegame indietro di vent'anni, direttamente negli anni '90.

Monster Hunter, la recensione del film con Milla Jovovich
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I panorami mozzafiato di un mondo fantastico, variopinto, ricco di biomi differenti che dalle zone desertiche arrivano fino alle vette innevate e giù, fino alle profondità oceaniche. Un mondo diviso in più mondi da decenni, quello della saga videoludica di Monster Hunter, epopea antologica targata Capcom considerata da molti la base di partenza propedeutica del genere dei soulslike, praticamente un capostipite. E poi mostri giganteschi, lore infinite, battaglie senza tregua, situazioni spettacolari e momenti avvincenti correlati direttamente alla pazienza e all'audacia del videogiocatore.

Pensando dunque alla vasta offerta dell'IP, tra flora, fauna e armamentari di vario genere, guardando persino ai contenuti dei vari capitoli susseguitisi nel tempo, la domanda che vorremmo porre a Paul W.S. Anderson circa il suo adattamento cinematografico di Monster Hunter è: perché? Perché ha scelto di trasformare una caccia ai mostri ambientata in un mondo fantasy vivo e vibrante in un survival d'azione capace di far impallidire per concezione persino la trasposizione filmica di BloodRayne di Uwe Boll? Perché non riesce a sceneggiare e dirigere un film senza pensare alla moglie, Milla Jovovich, come protagonista? Perché tutto deserto e poca foresta? Perché farlo così? Perché?

Cioccolato

Nella vita è essenziale saper perdonare, e col senno di poi è sempre più facile farlo. Prendiamo ad esempio l'epoca in cui uscì in sala l'adattamento cinematografico di Prince of Persia con Jake Gyllenhaal, che sarebbe dovuto essere l'inizio di un nuovo franchise live-action Disney. I piani fallirono per un'accoglienza pietosa del film di Mike Newell, che in fin dei conti era malaccio solo perché intitolato Prince of Persia, si fosse chiamato Call of the Sand o qualcosa di simile sarebbe stato intercettato in modo differente. Ebbene: col senno di poi, come dicevamo, ci pentiamo amaramente di averlo bacchettato forse troppo, considerando poi che uscì un decennio fa ed elaborò con molto più equilibrio e intelligenza gli aspetti formali e contenutistici della trasposizione rispetto a questo impietoso Monster Hunter di Paul W.S. Anderson, scritto e pensato 11 anni dopo, con un'evoluzione del genere e del modello produttivo mainstream che ha conosciuto tanti alti e bassi differenti.
Pur essendo lontani i tempi di Resident Evil, il cui prosieguo cinematografico è stato giustificato dall'abuso del 3D e della reiterazione di sciocchezze esasperate che nulla hanno a che vedere con i veri contenuti dei videogiochi Capcom, per Anderson sembrano non essere ancora passati.

D'altronde il suo ultimo film da regista prima di questo è stato proprio Resident Evil: The Final Chapter del 2016, e concettualmente (ma anche testardamente) lì è rimasto, senza provare a evolversi, a testare le proprie capacità, a migliorarsi, a tentare un approccio diverso. Niente: anche per Monster Hunter l'idea è stata quella di snaturare l'IP per smontarla e ricostruirla sul grande schermo come se fosse altro, inserendo qui e lì un paio di imbeccate goduriose per i fan meno radicali, molto meno per i più critici ed esigenti, gli appassionati hardcore di lunga data.

Forse per questioni di budget, forse per una costante mancanza di idee, il film di Anderson sembra ragionato produttivamente come il Riddick con Vin Diesel del 2013, o più recentemente come La Torre Nera con Idris Elba. Di fondo questo ci fa capire che un franchise o dei personaggi molto amati non bastano in alcun modo a rendere anche solo decente una trasposizione, perché su tutto serve che questa abbia un'anima. Se Monster Hunter ne ha una, comunque, sicuramente è tremolante e fastidiosa come i movimenti di macchina, le transizioni o le sovrapposizioni visive e sonore su schermo pensate dall'autore, per tacere poi dell'innaturale dose di rallenty che farebbe preoccupare anche due slowmo-dipendenti come Zack Snyder e Patty Jenkins.

La visione tecnica e formale è decisamente poco appetibile, così come le interpretazioni del cast e la sceneggiatura, la cui parola più ripetuta (e vi giuriamo che è vero) è "cioccolato", che in un film sui cacciatori di mostri è tutto dire. Peraltro, essendo stato pensato come un film d'origini, il personaggio dell'infaticabile Milla Jovovich non è in verità una cacciatrice ma una soldatessa di un altro mondo finita nel Nuovo Mondo a causa di un portale "fuori controllo".

Arrivata nel Nuovo Mondo viene braccata insieme alla sua squadra da un Diabolos e, una volta in salvo, il film diventa questa sorta di strana e inguardabile accoppiata tra Arac Attack e The Shallows per 40 minuti buoni su un'ora e mezza di durata.
A poco serve una buona CGI sui mostri se le scene d'azione sono poi grezze e poco elaborate, anche se nel combattimento finale ci sono alcuni sprazzi di adrenalina coinvolgenti prima della conclusione vera e propria, una supercazzola in cosplay con scappellamento a destra che non aiuta davvero l'esito già disastrato di una delle peggiori trasposizioni cinematografiche di un videogioco da anni a questa parte. Ma alla coppia Anderson & Jovovich non interessa, dato che "ogni film da loro girato e distrutto dalla critica è divenuto un cult" - riprendendo una vecchia dichiarazione dell'attrice su Hellboy. Monster Hunter seguirà lo stesso destino? Ma soprattutto: Resident Evil è un cult? E anche I Tre Moschettieri? Qui il vero problema è che il cioccolato è finito e senza di quello tornare a caccia è dura, nella speranza che nessuno dia più dolci ad Anderson e alla Jovovich, perché palesemente intolleranti alla bontà.

Monster Hunter - The movie Monster Hunter di Paul W.S. Anderson è forse una delle peggiori trasposizioni di un videogioco da anni a questa parte, conclusione aggravata per giunta dalle ultimi produzioni cinegame come Detective Pikachu o Sonic, a loro modo solari, divertenti e riuscite. Si pretendeva solo un po' più di rispetto del materiale originale, dei tanti biomi del mondo videoludico creato da Capcom, dell'azione frenetica della caccia, della lore accumulatasi negli anni, invece l'autore di Resident Evil guarda indietro ai suoi errori e confeziona una strana crasi tra Arac Attack e The Shallows con qualche imbeccata funzionale per i fan più morbidi, meno per i più esigenti. A livello formale Monster Hunter soffre di una serie di virtuosismi tecnici davvero inconcepibili al giorno d'oggi, mentre la sceneggiatura è ridotta all'osso e più pretestuosa che altro, priva di ingegno, di mordente, di anima. Un adattamento che sarebbe stato meglio lasciare nel cassetto.

4

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