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Monster, la recensione del film Netflix

Anthony Mandler esordisce con un dramma giudiziario a sfondo razziale, su un giovane afroamericano accusato di un crimine.

Monster, la recensione del film Netflix
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La lista di errori giudiziari che avvengono nei processi che si svolgono nelle aule americane è assai lunga e la maggior parte di questi, è un dato di fatto, coinvolge persone di colore. Il caso George Floyd potrebbe non bastare a cambiare una situazione che vige Oltreoceano fin dall'abolizione della schiavitù e che, anche se a volte utilizzata come alibi a priori per rivolte e razzie non giustificabili, sconvolge ancora oggi il cuore sociale degli States e quell'ideale di american dream che, a quanto pare, è indirizzato nella sua falsità esclusivamente all'etnia caucasica.
Proprio su questo tema oggi come non mai al centro dell'attenzione mediatica è basato Monster, film presentato nel 2018 al Sundance Film Festival e che solo ora ottiene una distribuzione internazionale, sbarcando nel catalogo Netflix come original.
Normale quindi che i fatti più recenti e il movimento Black Lives Matter restino esclusi, ma poco cambia nel racconto sempre attuale di una storia di ordinaria ingiustizia che vede coinvolto in prima persona un ragazzino afroamericano.

Essere umano o mostro

Adattamento dell'omonimo romanzo di Walter Dean Myers, Monster vede per protagonista il diciassettenne Steve Harmon, un ragazzo di buona famiglia con una grande passione per il cinema e la fotografia, tanto da frequentare dei corsi a tema e girare dei cortometraggi che però sono ancora acerbi.
Senza saperlo da un giorno all'altro diventerà lui la "star" del suo film personale, che però si rivela assai più drammatico di quanto avesse mai potuto immaginare. Per via di conoscenze sbagliate con piccoli delinquenti del quartiere, Steve viene inavvertitamente coinvolto in un caso di omicidio: due individui incappucciati hanno ucciso il titolare di un market durante una rapina.
Ritenuto co-responsabile del crimine, il giovane viene condotto in galera senza alcuna spiegazione e sbattuto in una cella. Sarà solo l'inizio di un lungo e complesso iter giudiziario, con dei testimoni che sostengono di averlo visto nei pressi del negozio pochi secondi prima del fattaccio e la giuria apparentemente pronta a decretare la sua condanna.
Fondamentale sarà il supporto morale della sua famiglia e quello, molto più pratico e utile in fase processuale, del determinato avvocato difensore Katherine O'Brien, pronta a tutto pur di scagionarlo da ogni accusa.

Giusto ma lento

L'operazione diretta da Anthony Mandler, noto per la sua carriera nel mondo dei video musicali e qui al suo esordio nel cinema, è peculiare dal punto di vista narrativo, dato che tutto ciò che avviene è una sorta di resoconto in forma di immagini: il voice-over del protagonista, una sorta di sceneggiatore e regista di un film tutto suo, impone tempi e luoghi a quanto accade su schermo.
Un'idea interessante ma che alla lunga rischia di stancare, dato che si finisce spesso per ridondare su elementi superflui - poi non del tutto esplorati a chiusura compiuta - e si deve per forza assecondare la versione dell'imputato.
Certo, il finale aggiunge quella parziale ambiguità più volte sottolineata nell'antitetica dicotomia tra mostro e essere umano, ricalcata più volte anche in fase di dialoghi, ma il rischio che buona parte di pubblico perda interesse già a metà visione non è del tutto escluso.
Le scene tra le aule possono contare in particolar modo sulla bravura di Jennifer Ehle e sul breve cameo di John David Washington, ma sfigurano per ritmo e intensità con i classici del filone, e i continui flashback finiscono per ribadire elementi già conosciuti o immaginati, epilogo escluso. Proprio l'andazzo monotematico di fondo è il maggior limite di una produzione altrimenti ligia alla causa che vuole rappresentare.

Monster Il prologo faceva pensare a un intenso dramma a sfondo razziale, con le ingiustizie del sistema giuridico americano pronte a scatenarsi ancora una volta contro individui di colore. Col procedere dei minuti e con quel finale ambiguo e amaro si comprende però come Monster, dietro al messaggio che vuole lanciare, si limiti a un semplice esercizio di stile, tanto semplice quanto non strettamente necessario. L'imperante voice-over del protagonista, un diciassettenne afroamericano accusato di aver fatto da complice in una rapina finita nel sangue, e il continuo alternarsi tra le fasi processuali e i flashback che ci raccontano banalmente il privato di questi rendono lo schema narrativo ripetitivo e monotono. Le buone interpretazioni del cast, la curiosità sull'esito della condanna e l'interessante gioco metacinematografico alla base spingono ad arrivare fino ai titoli di coda, ma con più fatica del previsto.

5.5

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